Io, la Strega di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
L'antifiaba delle Antifiabe ;P
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“Oh, Romeo, Romeo: perché sei tu, Romeo?”
La giovane e delicata voce si spezzò, nel pronunciare queste poche parole al nero cielo vellutato e trapunto di stelle, che la sovrastava.
Si sentiva tanto sola e tanto piccola! Con un lento gesto della mano si asciugò due lacrime, che avevano preso a scorrerle lungo la guancia.
Tornò a sospirare, volgendo nuovamente il triste sguardo fuori dalla finestra dell’alta torre nella quale la strega l’aveva rinchiusa molto tempo addietro.
Nemmeno rammentava perché la sorte le avesse riservato un tale trattamento: se non ricordava male, tutto aveva avuto origine da uno sgarbo, che il padre aveva commesso ai danni di quella donnaccia malvagia e bruttissima.
Distrattamente, si passò una mano tra i lunghissimi capelli biondi, inciampando qua e là in nodi duri a disfarsi.
“Maledizione, quella vecchia baldracca non si cura nemmeno di riportarmi la spazzola: saranno tre giorni, ormai, che gliel’ho prestata. Cosa mai se ne deve fare, poi… Sulla testa non ha capelli, ma un nido di serpenti!”
“Sentiamo, piuttosto: a cosa dovrebbe mai servire, a te?”, ghignò una voce scricchiolante alle sue spalle.
Raperonzolo sussultò:
“Strega! Io… Io non ti avevo sentito arrivare…”, balbettò.
La vecchia rise, sprezzante, gettandole la spazzola:
“Toh! Se ci tieni tanto... Stai qui seduta a fissare il cielo tutto il giorno e la notte, sempre da sola! Dimmi, piccina: per chi ti fai bella?”
La fanciulla assunse un’espressione seria e compunta, a naso in su:
“Ci sarà pure, da qualche parte, un principe che sentirà parlare di me: la leggiadra fanciulla rinchiusa in un’alta torre da un essere spregevole! Se un bel giovanotto decidesse di venire infine a salvarmi, ti pare che mi piacerebbe farmi trovare con i capelli tutti aggrovigliati?”
Così dicendo, cominciò a farsi scorrere la spazzola lungo le ciocche dorate.
“Certo, come no!”, osservò la strega, “Cosa dovrei fare, io, nel frattempo, secondo te? Stendere un tappeto rosso al tuo presunto principe e dirgli prego, si accomodi, per liberare la donzella si va da quella parte?”
La giovane non rispose e la vecchia si voltò, mettendosi a misurare la stanza della torre a grandi passi.
“Ho deciso”, annunciò quindi, “Di provare a guadagnare un po’ di soldi, con la tua presenza qui. Non è certo un divertimento, per quanto mi riguarda: in balsami e pettini mi stai facendo dilapidare il capitale!”
“Cosa hai in mente, strega?”, domandò Raperonzolo curiosa.
“Organizzerò visite guidate alla torre. Tu ti sporgerai dalla finestra ogni volta che mi sentirai gridare Rapolina, Rapolina: gettami la tua treccina! Allora io mi aggrapperò ai tuoi capelli e scalerò la torre. I turisti annoiati sono dei veri babbei: si godranno lo spettacolo e io farò finalmente fortuna!”
La fanciulla osservò la vecchia con sgomento:
“Che disgustosa idea, hai avuto! Mi si sfibreranno tutti i capelli, per non parlare delle doppie punte che mi verranno! Scordatelo!”, concluse mostrando sdegnosamente le spalle alla strega.
Questa scoppiò in una risata malvagia:
“Tu non sei la mia socia in affari, povera sciocca: non sei altro che la mia schiava e farai esattamente quello che ti dirò di fare! Ora, se vuoi scusarmi: devo andare a preparare i volantini e i pacchetti all inclusive da proporre alle agenzie di viaggio in città.”
Detto questo, con un silenzioso lampo verde si dileguò, lasciando la ragazza nuovamente sola con i suoi pensieri.
Sospirando, Raperonzolo si abbandonò al davanzale della finestra.
Chiuse gli occhi, richiamando alla mente il volto di quel ragazzo tanto affascinante che era riuscita a intravedere poche sere prima.

Lo aveva visto scendere da cavallo e avvicinarsi con circospezione a un cespuglio. Lo aveva scrutato, dall’alto, mentre lui scavava con le mani una buca nel terreno e vi seppelliva uno stiletto sporco di sangue.
“Avete ucciso qualcuno, messere?”, gli aveva quindi domandato, facendolo sobbalzare e rovinare malamente a terra.
“Oh, pardon, non volevo spaventarvi! Ero solo curiosa!”, aveva continuato imperterrita.
Il giovane le aveva rivolto un’occhiata stupefatta:
“Cosa ci fate, madonna, lassù in cima a spiare i passanti? Codesto è un passatempo da comari pettegole, non si addice a una fanciulla dall’aspetto sì delicato e amabile!”
“Adulatore!”, aveva commentato lei, civettuola, “Non temete, non dirò a nessuno del vostro misfatto.”
Sospirò tristemente:
“Non esco mai, non parlo mai con nessuno, non avrei la possibilità di denunciarvi, nemmeno se lo desiderassi!”
“Lo desiderate?”, aveva domandato lui, rimontando a cavallo.
“Certo che no! Voi siete tanto nobile e fiero nell’aspetto! Senza dubbio avevate un’ottima ragione!”
“Naturale, che l’avevo! Quell’idiota di Tebaldo si è messo a fare lo sbruffone e ha ucciso Mercuzio, il mio migliore amico! Non si meritava che di essere trapassato come uno spiedino ed è esattamente quello che ho fatto!”
“Perbacco, siete davvero ardito!”, aveva commentato Raperonzolo rapita.
“Grazie, grazie”, aveva replicato il giovane, gongolando.
Poi le aveva spiegato la propria, triste situazione: aveva preso segretamente in moglie una donzella, figlia del peggior nemico del proprio padre. La cosa stava già rischiando di aver vita breve, dal momento che la giovane in questione si stava rivelando oltremodo noiosa e paranoica: ogni volta che lui stava per baciarla, le pareva di sentire la balia o qualcuno dei suoi innumerevoli cugini e lo lasciava sempre lì, a labbra in fuori come un pesce.
“Oh, io non lo farei mai!” aveva esclamato lei, portandosi una mano sul cuore, “Sono sempre sola!”
“Davvero? Interessante…”, aveva commentato il ragazzo, prima di proseguire con il suo triste racconto.
Le aveva quindi confidato di essersi imbattuto in Tebaldo, uno dei cugini della sua moglie segreta. Le cose erano poi precipitate, fino al momento in cui lo aveva trafitto e quindi ora era costretto a fuggire.
“L’unico lato positivo è che, almeno, mi sono tolto dalle palle quella piaga di Giulietta. Sparirò e non mi troverà mai più.”
“Il che significa”, aveva osato Raperonzolo, “Che tecnicamente siete libero. Giusto?”
Il giovane aveva assunto un’espressione vagamente idiota, per poi commentare:
“Libero… In che senso, madonna?”
“Sentimentalmente, intendo! È ovvio che se le guardie vi beccano siete fritto. A me, però, farebbe assai comodo avere un salvatore. Sapete come funziona in questi casi, no? Voi mi fate uscire dalla torre e dopodiché potete avermi in sposa. Come premio, diciamo”, concluse spalancando le braccia con gesto teatrale.
Il ragazzo aveva aggrottato la fronte.
“Uhm… Non so: sono appena riuscito a disfarmi di Giulietta e rischio di rimanere invischiato in un’altra storia…”
“Suvvia, non fate il difficile!”, lo aveva esortato lei, “Cosa chiedere di più alla vita, se non una fanciulla dolce e affascinante come me, che vi si offre senza condizioni…”
“Accidenti, dov’è la fregatura?”, aveva mormorato il giovane, mordicchiandosi nervosamente il labbro.
“Beh”, si era risolto infine, “La vostra proposta è molto allettante, madonna. Tuttavia preferisco riflettere. Se deciderò di tornare da voi, mi rivedrete, altrimenti dimenticatevi di me!”
Detto questo, aveva spronato il cavallo e Raperonzolo era riuscita solo a gridargli dietro:
“Ditemi almeno il vostro nome, vi prego!”
“Romeo!”, aveva risposto lui, ormai lontano.

Ora, tornata alla finestra, sospirava ascoltando il proprio cuore che batteva forte al pensiero dell’ardimentoso giovane. Chissà se lo avrebbe mai rivisto?
Il Cielo ascoltò i sospiri di Raperonzolo e Romeo decise di tornare. Si ritrovò, uno dei pomeriggi seguenti, a confondersi con il gruppo di turisti in visita alla torre. Vide la bionda fanciulla lanciare la sua lunghissima capigliatura dalla finestra e una strana creatura appigliarvisi per arrampicarsi e giungere in cima.
“Ottimo sistema!”, disse a se stesso ripromettendosi di tornare, quando la notte fosse calata.
Detto, fatto.
Romeo si avvicinò cautamente alla torre, quando la terra era illuminata solo da un debole raggio di luna che filtrava dalle spesse nubi. Una volta giunto alla base, gridò con voce in falsetto:
“Rapolina, Rapolina: gettami la tua treccina!”
Subito, una cascata di capelli dorati scese a solleticargli le guance e lui vi si appese, come aveva visto fare alla strega poche ore prima.
“Ecchecazz…”, udì la voce della leggiadra fanciulla protestare, “Strega della malora, cosa hai mangiato per cena? Pesi una quintalata, razza di maiala…”
“Oh!”, esclamò arrossendo Raperonzolo, una volta che Romeo fu arrivato in cima.
“Madonna, sono venuto a trovarvi!”, esordì il giovane, lievemente in imbarazzo per il linguaggio colorito che aveva appena udito provenire dalle rosee labbra della ragazza.
“Che piacevole sorpresa…”, commentò senza fiato lei.
Dopo un istante di silenzio, Raperonzolo prese di nuovo la parola:
“Orsù: andiamo! Fuggiamo insieme da questa tetra torre! Dove avete lasciato il cavallo?”, si informò gentilmente.
“Il cavallo è laggiù, a due isolati. Come scendiamo, però?”
“Scendere non sarà un problema: possiamo utilizzare il mio vestito come paracadute. Una curiosità, però: non avrete per caso legato il cavallo davanti al Puledro Impazzito, vero?”
“Proprio lì, perché?”, rispose Romeo.
“Sciocco che non siete altro! Non avete letto i cartelli? Questa notte passano a lavare la strada e rimuovono tutti i mezzi di trasporto che trovano!”
“Una faccenda incresciosa, non c’è che dire!”, mormorò il giovane, “Nella mia città non si usano tali metodi barbari.”
Indispettita, Raperonzolo lo squadrò:
“Non puliscono la strada, nella vostra città?”
“No, che bisogno c’è?”, domandò lui con un’alzata di spalle.
La fanciulla fece una smorfia:
“Ma che schifo, lasciate in giro tutta quella cacca di cavallo? E osate chiamare noi barbari?”
Romeo non seppe cosa rispondere e allungò signorilmente una mano verso Raperonzolo:
“Obliamo tale disgustosa faccenda e diamoci alla fuga, anche senza cavallo. Se le vostre deboli caviglie saranno troppo fragili per sostenere la corsa, vi porterò in spalla!”
“Un vero gentiluomo, non c’è che dire!”, osservò estasiata la ragazza, buttandoglisi tra le braccia e sollevando il viso verso quello di lui, per ottenere un bacio.
Un attimo prima che le loro trepidanti labbra si incontrassero, però, una voce gracchiò dall’oscurità:
“Bene, bene… Guarda un po’ cosa abbiamo qui…”
“Porco mondo, la strega!”, esclamò Raperonzolo.
Ritrovandosi a baciare l’aria, Romeo aprì gli occhi:
“Che la sfiga mi porti, mai una volta che riesca a concludere qualcosa!”
“E così, volevate fuggire insieme, vero? Per chi mi avete preso, si può sapere?”
“Uhm…”, rispose pensieroso Romeo, “Sembreresti una strega cattiva. Giusto?”
“Giàààààà….”, sibilò lei, “Proprio molto, molto cattiva…”
Con un gesto della bacchetta magica, trasformò Romeo in un rospo.
“No!”, urlò Raperonzolo, “Sei cattiva, cattiva, cattivaaaaaa…”
La ragazza si accasciò a terra, continuando a urlare, mentre il rospo le si avvicinava a piccoli saltelli.
“E adesso…”, urlò la strega, facendosi imponente, “Potrai riprendere le tue sembianze, solo se una fanciulla di darà un bacio d’amore!”
“Ottimo!”, gracchiò Romeo, rivolgendosi a Raperonzolo, “Cosa aspettate, mia adorata? Diamo inizio alle danze!”
La ragazza si mise una mano davanti alla bocca, per trattenere un conato di vomito.
“Ehm… Veramente… Io…”
“Ah ah ah!”, rise la strega, “Non lo sai che le ragazze di oggi sono assai volubili? Ben ti sta! Comunque, per non correre rischi…”
Agitò la bacchetta e Raperonzolo si rimpicciolì sempre di più, fino a diventare non più grande di un pollice.
“Santiddio, guarda come mi ha ridotta quella poco di buono…”, squittì Raperonzolo.
“Come ne usciamo?”, gracchiò il rospo a quel punto.
“Ci penserò io!”, tuonò improvvisamente una voce fuori dalla finestrella dell’alta torre.
“No! Tu no!”, gridò istericamente la strega, “Vade retro! Via! Via!”
Il rospo e la donnina miniaturizzata si voltarono stupefatti verso l’incombente presenza che aveva temporaneamente oscurato la luce della luna nel riquadro della finestra.
“Chi è quello?”, sussurrò Raperonzolo al rospo.
“Groack!”, replicò lui.
“Io”, esordì il nuovo arrivato, “Sono il Correttore di Bozze. Sono sulle tracce di questa pericolosissima strega già da quattro storie, ormai.”
Sospirò e si mise a contare stancamente sulle dita:
“Prima quella vecchia, nel bosco, che ha sposato un lupo e gli ha servito la nipote per merenda; il Principe Azzurro ha costretto Cenerentola a ripulire le cucine del castello e il maggiordomo lo ha poi sorpreso nel mezzo di un’orgia invereconda con la matrigna e le sorellastre; Biancaneve ha sposato Brontolo e la regina cattiva si succhia il pollice davanti allo specchio, ridotta in stato confusionale e infine…”, continuò alzando la voce e rivolgendo uno sguardo di profondo rimprovero alla strega, “Ci sono tre porcellini che si credono dei bellissimi cigni!”
Tornò a guardare il rospo e la piccola Raperonzolo:
“Fino a quando transitava solo nelle fiabe per bambini, cercavo di chiudere un occhio, ma adesso si sta dedicando anche alla letteratura vera e propria: è decisamente troppo!”
“Potete spiegarci come è successo, vostra Onnipotenza?”, domandò la piccola.
“Ecco…”, cominciò un po’ imbarazzato, “Si è trattato di un increscioso incidente. Questa vecchia strega abitava nella sua casetta di marzapane, in mezzo alla foresta e stava debitamente ingrassando un ragazzino di nome Hans, per poi mangiarselo, come da protocollo. La sorella di costui, Gretel, ha al momento opportuno spinto la suddetta strega nel forno e anche qui: tutto regolare. Quello che proprio non avevo previsto è stata la fuga di gas. Questa donnaccia è riuscita a scappare, ma ha respirato troppo gas venefico e ora non ha tutte le rotelle che girano nel verso giusto.”
Parlando, aveva prodotto una leggera sfera di energia, che teneva intrappolata la strega, impedendole di muoversi o parlare.
“Cosa sarà di noi, ora?”, si informò Raperonzolo.
“Metterò ogni cosa a posto, non temete!”
Detto ciò, con un solo colpo di penna d’oca, restituì a entrambi le rispettive sembianze.
“Finalmente!”, esclamò Romeo, “E ora, mia cara…”, si rivolse alla ragazza, attirandola a sé per un bacio.
“Fermo là, cosa stai cercando di fare?”, lo bloccò il Correttore, “Tu adesso te ne torni buono buono a Mantova, dove ti raggiungerà la notizia che Giulietta è morta. Distrutto dal dolore, tornerai a Verona portando teco una fialetta di veleno potentissimo, con l’intenzione di svuotarla se la notizia del decesso della tua amata si rivelasse vera.”
“Magari…”, mormorò Romeo tra i denti.
“Errore!”, tuonò il Correttore, riprendendo il racconto animatamente, “Lei non morta: avrà semplicemente assunto una pozione che la mostra come tale, per evitare di sposarsi con l’uomo deciso da suo padre. Tu, però, la crederai trapassata e ti scolerai il veleno, morendo al suo fianco, all’interno della tomba. Non prima, naturalmente, che lei si sia risvegliata e veda la vita che lascia il tuo corpo. A quel punto si accoltellerà.”
Il viso di Romeo si era fatto terreo:
“Questa non è una storia d’amore!”, esclamò sconcertato, “Questa è una tragedia!”
“Bravo: l’hai capito!”, replicò soddisfatto il Correttore.
“Non è giusto: tutto questo macello e non riesco a baciare nemmeno una fanciulla!”, protestò il ragazzo.
“Hai visto, a parcheggiare il cavallo in divieto di sosta?”, gli ricordò Raperonzolo con sussiego.
“Giulietta ti bacerà…”, riprese il Correttore.
“Veramente?”, si illuminò Romeo.
“Certo! Quando ti vedrà morto accanto a sé, cercherà di prendere dalle tue labbra un po’ del veleno che ti avrà ucciso. Contento?”
“Contento?”, urlò il ragazzo, “Contento un paio di…”
“Niente volgarità, prego!”, esclamò lui, corrucciato.
“Bene, allora… Buon proseguimento a tutti, nelle vostre rispettive storie di appartenenza! In quanto alla strega… Sappi che ti ho già sostituita!”, rivelò bruscamente, facendola sparire insieme alla bolla che la conteneva.
Con un gesto della penna avvolse tutto in una vaporosa nuvola verde brillante e la scena assunse contorni sfumati, intanto che ogni personaggio tornava nelle pagine da cui era stato ingiustamente tratto.




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