Rapunzel di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
Anti-fiaba.
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Vi piace il mio castello? È grande, vero? È piuttosto diroccato, in alcuni punti, ma nonostante questo ha il fascino antico delle alte torri e delle enormi sale illuminate da torce. Venite con me! Vi faccio fare un giro!

Ho trascorso qui gli ultimi cento anni, da quando ne ho compiuti sedici.
È successo tutto a causa di uno stupido incantesimo che una fata cattiva ha pronunciato alla mia nascita. Per vendicarsi del fatto che mio padre, il Re, si era dimenticato di invitarla, agitando la sua bacchetta magica al di sopra della mia culla aveva decretato che all’età di sedici anni sarei morta, sbranata da un Drago.
Per fortuna, la fata Spirulina, subito dopo di lei, pronunciò un altro incantesimo, con lo scopo di correggere il tiro.
“Non morirà”, annunciò, “ma al compimento dei sedici anni dovrà essere rinchiusa nella torre più alta del castello, custodita dal Drago che avrebbe dovuto divorarla. Solo l’ardore e il coraggio di un Principe potranno salvarla!”
Geniale, no?

Ma eccoci nel salone delle feste: guardate che decorazioni, contate le candele che lo illuminano…solo una volta sono stata qui: la sera del mio sedicesimo compleanno ci fu una bellissima festa! Questo salone era gremito di nobiluomini e nobildonne ben vestiti, che indossavano parrucche profumate e gioielli vistosi; c’erano dei musici che suonavano i loro strumenti permettendo ai presenti di esibirsi nei balli di moda.
Finita la festa, mio padre e mia madre mi abbracciarono e, con le lacrime agli occhi, mi accompagnarono alla torre più alta del castello, dove il Drago mi stava già attendendo.
Ci salutammo e non li vidi mai più.

Ehi, che ne dite di questo scalone? Non lo trovate anche voi massiccio e imponente? Gli arazzi appesi alle pareti sono molto impolverati, ma… pfffff!, ecco: vedete? Sotto lo strato di polvere i colori sono ancora vividi e accesi! Immaginate le ombre proiettate dalla fiamma delle torce che danzano e sembrano infondere vita nelle figure rappresentate. Quando ero piccola, stavo per ore a osservarli, mi sembravano magici e mi affascinavano, intimorendomi al tempo stesso.
Laggiù, oltre il cortile, c’è la torre che mi ha fatto da dimora per quasi un secolo.

Seguitemi: per arrivare in cima, bisogna salire questa scala, lunga e tortuosa.
Quando i miei genitori mi hanno accompagnata, a metà si sono fermati per tornare indietro: il ruggito tonante del Drago li aveva spaventati.
Così, compii l’ultimo tratto da sola, tremando come una foglia, sollevando leggermente il vestito lungo che avevo indossato per la festa, per evitare di inciampare nelle sottane.
Era un vestito molto bello: di velluto color blu notte, con pochi, discreti pizzi che spuntavano da sotto il corpetto, le maniche e la gonna.

Uh! Che stanchezza, è lunga davvero questa scala, non me ne ricordavo più! Fermiamoci un istante e ammiriamo il panorama che si scorge da questa feritoia: siamo già piuttosto in alto, solo i corvi arrivano fin quassù. La vallata, a quest’ora della sera, è sempre una visione riposante: i suoi declivi morbidi, i verdi che sfumano nell’azzurro del cielo che lentamente si tinge di rosa al calare del sole... Beh, sì, cosa volete farci? In fondo è ancora la mia terra, ne sono giustamente innamorata e fiera!

Ma riprendiamo a salire, ormai manca poco, vedete? Gli scalini di pietra si fanno più stretti. Ecco: quella è la porta della camera dove sono rimasta segregata, prigioniera del Drago. Sì, è vero che è di legno mezzo marcio, ma non avrei mai potuto attraversala senza che il mio custode se ne accorgesse. E se anche fosse stato possibile, beh.
Ma proseguiamo.
Ora siamo sulla terrazza. È qui che ho incontrato il Drago: mi aspettava sotto queste pergole, che una volta erano ricoperte di rose.

Ricordo che rimasi impietrita a guardarlo: era alto, grosso, imponente, con la corazza di un nero tanto lucido da rimandare bagliori bluastri sotto la luce della luna. Dalle narici, buchi neri della dimensione di un uovo ciascuna, uscivano sbuffi di fumo bianco.
Mi soffermai a osservargli i denti: quelli che mi spaventavano di più erano i due canini. Non so se sia corretto chiamarli così, ma almeno ci intendiamo. Sporgevano dal labbro superiore e saranno stati lunghi almeno quanto il mio braccio.
Sollevando lo sguardo, incontrai i suo occhi: grandi laghi scuri e profondi, mi stupirono perché non vi lessi alcuna traccia di crudeltà. Erano… buoni, dolci, innocui, quasi infantili.

Lo so, lo so, mi credete matta. Anch’io in quel momento credetti di aver perso il senno a causa della troppa paura.

Dopo lunghi minuti trascorsi a fissarci reciprocamente, immobili e silenziosi entrambi, mi azzardai a muovere un passo di lato.
Il Drago non si mosse, spostò appena lo sguardo per seguirmi.
Incoraggiata, avanzai di qualche altro passo, girandogli intorno quanto bastava per notare la possente coda, ricoperta delle stesse punte che gli correvano lungo tutta la spina dorsale. Era come un grosso tronco abbattuto, ma con un piccolo movimento avrebbe potuto spazzare via facilmente un’intera capanna!
I miei occhi, pieni di terrore, si spostarono involontariamente agli artigli delle zampe che, lunghi e affilati come lame di forbici, per poco non mi fecero svenire.

Decisi che ne avevo abbastanza del giro turistico attorno al Drago e mi avviai verso la stanza all’interno, voltandogli le spalle.
Adesso rimane solo un vecchio letto rosicchiato dalle termiti e un materasso sottile, da cui ormai è uscita tutta la paglia.
Quella sera, invece, il letto era nuovo: legno di ciliegio, lenzuola di seta e morbide pelli per scaldarmi durante le notti. Molti cuscini soffici promettevano di concedermi dolci sogni e le sottili tendine semitrasparenti che scendevano dal soffitto attorno al letto mi avrebbero protetta dagli insetti molesti che abitano queste terre nella stagione più calda.
Accanto, un piccolo tavolino con una brocca d’acqua, una candela dalla tremolante fiammella e una rosa, appoggiata su un centrino di pizzo bianco.

Devo dirvi la verità: l’insieme mi sembrava abbastanza invitante e per un istante dimenticai che quello sarebbe stato il luogo della mia solitaria prigionia a partire proprio da quella notte.

All’altra parete era appoggiata una specchiera. Canticchiando tra me e me, cominciai a sciogliermi i capelli, che erano trattenuti da una elaborata pettinatura. Avevo lunghissimi capelli biondi, del colore delle spighe di grano quando maturano e risplendono nel sole d’agosto. E non è un modo dire, non prendetemi per una banalotta che ricicla dei cliché. Era proprio così e lo constatai una volta di più rimirando la mia immagine nello specchio che avevo di fronte.

Presi a spogliarmi, avvertendo una punta di nostalgia per la mia vecchia Balia. L’aria fresca della sera entrò dalla finestra, facendomi rabbrividire.
Mi voltai avviandomi verso le imposte, con l’intento di accostarle, quando un soffio di vento tiepido mi avvolse. Sorpresa, mi fermai, domandandomi da dove mai fosse arrivato, quando il Drago avvicinò il suo enorme muso all’ingresso della camera, facendomi sobbalzare.
Rimasi ipnotizzata a fissare i suoi grandi occhi neri, che una volta ancora mi apparvero mansueti e dolci.

Dopo qualche secondo, scorsi un lampo nelle pupille del Drago e un istante più tardi al suo posto c’era un giovane molto attraente. Aveva lunghi capelli neri, leggermente arruffati dal vento e guance arrossate, come dopo una corsa. L’unica cosa che lo accomunava al Drago era lo sguardo buono che aveva negli occhi, neri e profondi.
Aprii la bocca per parlare, o urlare, o qualcosa, ma non ne uscì nemmeno un suono. Quello che avevo visto andava al di là della pazzia e non sapevo più niente di sicuro, se non che ero fuori di me.

Il giovane che avevo davanti avanzò verso di me lentamente. Io non mi mossi, credendo di essere prigioniera di un folle sogno, più che di un’alta torre.
Mi parlò in una lingua sconosciuta, Non compresi le sue parole, ma il tono dolce e pacato mi tranquillizzò. Fissare i suoi occhi aveva su di me un effetto ipnotico.
Lui allungò una mano verso di me e io gli porsi la mia, seguendolo attraverso la stanza verso l’unico letto.

La mia prima notte di prigionia fu anche la mia prima notte d’amore. La prima di tante, tantissime, infinite notti piene di calore, passione, ardore, tenerezza.
Il Drago divenne il mio segreto amante: di giorno volava lontano e tornava la sera, portando cibo per entrambi, fiori, pietre preziose e altri doni per me.
Durante le gelide notti invernali mi riscaldava con il suo alito e con la sua forza e il fuoco che gli scaturiva dalla bocca mi ha protetta più di una volta dai predoni che tentavano di impadronirsi del castello, dopo la morte dei miei genitori.

Agli incantesimi, però, non c’è modo di sfuggire.
La Fata Spirulina, credendo di far bene, aveva previsto l’arrivo di un principe, che avrebbe ucciso il Drago e mi avrebbe liberata dalla prigionia, diventando il mio sposo.
Il giorno del destino, impietosamente, arrivò.
Mi stavo rigirando nel mio confortevole giaciglio, quando uno scricchiolio inconsueto proveniente dalla porticina d’ingresso della mia stanza mi fece svegliare di soprassalto. Quella porta era sempre, sempre chiusa!
Con il timore che mi riempiva il cuore, sollevai le coltri fino al mento e rimasi celata dietro alle tendine chiuse attorno al letto, aspettando di scoprire chi, o che cosa, avesse prodotto quel rumore.
Fuori albeggiava appena, e la luce del sole nascente illuminò il volto di un giovane, nel momento in cui questi si affacciava sulla soglia.
Con cautela, un passo dopo l’altro, egli si avvicinò al letto. Io rimasi sempre immobile.
Con una mano scostò delicatamente le tendine e finalmente ci guardammo negli occhi.
“Principessa Rapunzel”, annunciò con tono pacato, ma convinto, “Siete libera. Sono il Principe Radcliff, ho ucciso il Drago che vi teneva prigioniera e ora siete salva! Seguitemi verso le mie terre: ci sposeremo e vivremo per sempre felici e contenti!”
Il panico si impossessò di me. Le parole che lui pronunciò subito dopo andarono perse, coperte da una mia acuta crisi isterica.
Mi misi in ginocchio sul letto, strillando, tirandomi i capelli, piangendo la morte del mio Drago.
Probabilmente svenni subito dopo, perché mi risvegliai in un letto che non era il mio.
Il Principe Radcliff mi aveva caricata sul suo bianco cavallo e mi aveva portata nel suo Regno, un Regno lontano dal mio, che non avevo mai sentito nominare. Suo padre, il Re, mi aveva mandato i suoi erboristi, affinché mi curassero. La loro cura consistette nel riempirmi di infusi di valeriana per tenermi tranquilla, pensando che fossi diventata matta per lo shock di essere finalmente libera dopo un secolo alla mercé di un terribile Drago sputafuoco.
Non potevano sapere che avevo trascorso cent’anni d’amore: quale coppia di amanti può dire altrettanto?
Rimasi chiusa nel mio dolore intanto che, attorno a me, fervevano i preparativi per le nozze tra me e il valoroso Principe Radcliff. Non volevo farmene una ragione, ma poi finii per lasciarmi coinvolgere anch’io dalla gioia della Corte.
Attesi trepidamente la data fissata, mi lasciai agghindare dalle ancelle con un abbagliante abito bianco, che doveva sottolineare la mia innocenza, e permisi che mi imbellettassero le guance con un sottile strato di pudico e virginale rosso appena appoggiato.
Non aspettavo altro che la prima notte di nozze per dare al Principe Radcliff quello che si meritava.

Dopo, fuggii e tornai qui, al mio castello. Non me ne andrò più, morirò qui. Ogni cosa, ogni angolo, ogni odore, tutto, veramente tutto mi riporta con la mente agli splendidi anni trascorsi con il mio focoso amante.

Come dite? Volete sapere come si concluse la notte di nozze?
Beh, intanto non vi ho detto che, nel corso degli anni che abbiamo trascorso insieme, io e il Drago ci siamo insegnati a vicenda alcune cose. Per esempio: io gli ho insegnato a esprimersi nella mia lingua. E lui…

Facciamo così: non vi svelerò niente, mi piace lasciarvi un po’ sulle spine. Vi fornirò un unico indizio, lasciando a voi ricostruire il resto della notte: il Principe Radcliff era davvero molto, molto buono.




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