Eurinome di kanako

Note sulla Storia
Con questa one-shot ho partecipato a un concorso sul forum di EFP. L'esito non è stato positivo, ma pazienza.

.-.-.-.

Note:

Questa storia è ambientata nel nostro mondo, in un ipotetico futuro, in cui nel 2012 la stirpe demoniaca, composta da demoni, vampiri e mutaforma (di cui fanno parte anche i mannari), ha rivelato la sua esistenza agli umani perché un gruppo di consiglieri del Consiglio dei Dodici (il supremo organo del governo demoniaco, che ha sede a Torino) ha cercato di sopraffare gli uomini. Da allora demoni e umani convivono, con qualche problema di accettazione.
I Guardiani sono sempre esistiti, ce ne sono due per ogni città, ed erano incaricati, prima del 2012, di evitare che i demoni si mostrassero agli umani. Dal 2012 diventano una specie di polizia, in attesa che i governi umani addestrino adeguatamente delle squadre speciali che si occupino delle due razze, perché i demoni non hanno forze dell'ordine.
C'è una differenza tra streghe e maghi, in questo universo: le streghe sono umani con grandi poteri sovrannaturali, i maghi sono gli umani che evocano demoni pur non avendo capacità magiche.

Se ci dovessero essere dubbi, chiedete ^^

 


Eurinome


 


Abbandonai il plico di fogli sul tavolo, sbuffando, e spinsi indietro la poltrona, per poi farla girare su se stessa, mentre raccoglievo le idee. Ma quali idee? Mi stavo annoiando, non avevo la minima voglia di lavorare e la mia mente era vuota. Si poteva sentire l’eco delle pale del ventilatore, tanto era deserta. Eppure ero costretta a star chiusa nell’edificio principale dell’A.K. a far cosa? Leggere rapporti! Neanche un po’ di sano movimento, nessun’esecuzione di androidi, niente di niente! Intanto fuori faceva caldo, il sole picchiava forte e l’afa soffocava Los Angeles. Era ovvio che non avessi voglia di star chiusa in ufficio a far nulla.


La sedia smise di ruotare e rimasi ad ammirare la parete sgombera alla destra della finestra, cui c’era accostato un tavolo per stampante, fax e cianfrusaglie varie. Mi riportai alla posizione iniziale e godetti della vista della mia scrivania, una selva di fogli, rapporti, giornali e penne. Una macchia di caffè sul quotidiano del giorno prima destò la mia attenzione e il mio bisogno di caffeina.


Misi le mani sui braccioli della poltrona girevole, mi alzai in piedi e la porta si aprì prima che potessi allontanarmi dallo scrittoio. Dannazione, visite!


«Megara!» mi salutò Nakano, entrando.


Mi lasciai andare sulla sedia, sorpresa. Inarcai le sopracciglia e guardai il vampiro, coi capelli neri legati in una treccia, avvicinarsi alla scrivania. Si tolse gli occhiali da sole e li infilò nel taschino della camicia grigio scuro, mentre si tenne addosso i guanti di pelle.


Il mio cervello non comprese immediatamente il significato di quell’abbigliamento. Quando lo fece, mi raggelai. Era un vampiro, il sole gli bruciava la pelle e conoscevo Nakano abbastanza da sapere quali fossero i suoi metodi per uscire di giorno senza sfigurarsi. Chiusi gli occhi e inspirai per calmarmi. Non ci dovevo pensare o avrei dato di matto.


Nel frattempo, lui aveva fatto un po’ di spazio sulla scrivania per potersi sedere.


«Da quanto tempo non metti in ordine?» mi domandò, fissando con lieve disgusto il mio tavolo di lavoro.


«Sempre a criticare» lo liquidai, svogliata. «Tu, piuttosto, che ci fai qui?» gli domandai. Non ero tanto sciocca da credere che il secondo vampiro più potente di Los Angeles si scomodasse in pieno giorno per farmi una semplice visita di piacere. Per queste aveva tutto il tempo al calar della sera. Se Nakano era lì, gli ero utile per il mio lavoro, non come Megara Yamakura. Era più che giusto informarsi.


«Se guardi la posta, mi eviterai di parlare» fu la sua risposta. Si mise in piedi e liberò le mani dai guanti. «Vuoi un caffè?»


Mi piegai di lato a recuperare la borsa del portatile, posata per terra, e lo tirai fuori. «Ovvio» replicai, poggiando il PC sulle gambe. La scrivania era troppo disordinata perché potesse esserci abbastanza spazio per lui.


Nakano uscì dal mio ufficio silenzioso, mentre io accendevo il computer. Il ventilatore mi mandava aria fresca in viso, mentre la stanza era immersa nella penombra a causa delle tende abbassate. Eppure stavo morendo di caldo. Perché diavolo voglio un caffè, bollente, con tutta quest’afa?, mi chiesi, intanto che il portatile caricava il sistema operativo. Misi quella domanda da parte quando apparve sul monitor la notifica di un nuovo messaggio di posta ricevuto. Nessuno mi mandava mail, non all’indirizzo privato. Non so neanche perché lo avessi, dato che quello di lavoro era il più utilizzato da me e gli altri.


Aprii la mail e mi sorpresi nel vedere chi fosse il mittente. Allegra Pellegrino. Una delle Guardiane di Torino. Una specie di poliziotta che controllava la popolazione demoniaca, affinché non creasse problemi a quella umana. Come lei, c’erano due Guardiani per ogni Città Magica del mondo. Negli States, c’era San Francisco. Ma i suoi Guardiani mi davano piuttosto fastidio. Anzi, ci detestavamo a vicenda. Con quelle di Torino andavo d’accordo, Allegra e Serena erano delle tipe piuttosto strane. Quasi quanto me.


Lasciai scorrere lo sguardo sul testo della mail.


 


Ciao Megara, scusa se non ho chiamato, ma il lavoro (e Morgan…) mi toglie tutto il tempo libero. Perciò ti farò la mia richiesta in poche righe.


Tre settimane fa è stato ritrovato il corpo di una sirena su una spiaggia in provincia di Lecce. E’ un demone, quindi è stata scomodata la squadra per i crimini sovrannaturali e persino io, solo perché sono di origini salentine, ma le indagini non proseguono ed io non ho tutto questo tempo a disposizione per occuparmi di umani incapaci.


Visto che da soli non combineranno mai nulla e che io confido nelle tue capacità (son venuta a sapere delle tue indagini a Belo Horizonte, io so tutto!), vorrei chiederti di prendere una vacanza sulla costa adriatica e capitare, del tutto casualmente, a Baia dei Turchi a fare un bagno.


Accetterai, lo so, perciò chiamami per maggiori informazioni.


Ci si sente presto, eh,


Allegra Pellegrino


P.S.: il mare del Salento è stupendo! ;-)


 


Battei le palpebre, perplessa da quanto avevo appena letto. Controllai ancora la mail, perché era strano che Allegra avesse deciso di chiedere aiuto a qualcuno. L’avevo conosciuta abbastanza da sapere che lei, per orgoglio, non l’avrebbe mai fatto. Però utilizzava la gente ed era proprio quello che capii alla seconda lettura. Lei non aveva voglia di occuparsi di quel caso, non c’erano altri motivi. Sentii l’irritazione crescere in me e strinsi i pugni per calarli sulla tastiera, ma fui distratta dal ritorno di Nakano.


«Ecco il caffè» mi annunciò, venendomi incontro. Aveva in mano un bicchierone di plastica e lo agitava appena, con un sorrisetto divertito stampato in volto. Non ebbi tempo di domandarmene il motivo, che me lo mise davanti agli occhi. Mi aveva riempito il caffè di cubetti di ghiaccio.


«Maledetto! E’ annacquato ora!» inveii, scaricando parte della mia rabbia.


Nakano non fece una piega e mi mise una mano gelida attorno al collo. Trasalii e lo fulminai con lo sguardo.


«Se ti dai una mossa, non si scioglie troppo il ghiaccio ed è meno “annacquato”. Su, forza» m’incitò, portando il bicchiere più vicino al mio viso.


Con un gesto secco, presi il caffè e lo bevvi tutto d’un sorso. Mi andò quasi di traverso e iniziai a tossire con la mano sinistra davanti alle labbra, abbandonando il bicchierone vuoto sul tavolo. Il vampiro mi tolse il portatile dalle gambe, per salvarlo e lanciò uno sguardo alla mail.


«Oh, ecco perché tanto irritabile» commentò, rivolto a se stesso. Chiuse il portatile e lo lasciò sulla scrivania. «Pronta a partire?» mi domandò, mettendo le mani nelle tasche dei pantaloni neri.


Lo guardai inferocita, con una mano ancora davanti alla bocca.


«Allora lo sapevi già!»


«Mi pare ovvio» replicò candidamente. «Quindi?»


«No, no e no. Ho di meglio da fare» replicai stizzita, mettendo le braccia conserte e le gambe accavallate.


Nakano si poggiò contro lo scrittoio e ghignò, facendomi intendere di avere in mente altro. «Una vacanza non ti farebbe male. Tanto ci sono io, no?»


Roteai gli occhi e sbuffai. «E con questo? Sei un traditore, non mi avvisi nemmeno di quel che mi aspetta e mi mandi allo sbaraglio. Mi avessi detto cosa vuole Allegra, non avrei aperto quella mail e la mia giornata non si sarebbe guastata».


«Lo sapevo, per questo l’ho fatto».


Gli lanciai uno sguardo assassino.


«Dai andiamoci, non ci sono mai stato in Italia».


«Balle» replicai, secca, pestando un piede per terra. Era un vampiro da duecento anni e veniva dal Giappone. Era stato lui stesso a dirmi che aveva viaggiato parecchio, Italia compresa, al seguito di Alastor, il rappresentante dei demoni nipponici, quindi non poteva venirsene fuori con quella storia.


«Hai congiurato con Allegra alle mie spalle» lo accusai.


Nakano fece spallucce. «E con questo? Hai bisogno di staccare, andiamo».


Aprii la bocca per replicare, contrariata, ma lasciai perdere. Lui aveva già deciso prima che io sapessi qualcosa. A quanto pareva, si era divertito da morire durante la prima indagine, quella in Brasile, e non aveva esitato ad accettarne una seconda. Conoscendolo, aveva già prenotato aereo e albergo.


«Chiamo Allegra» annunciai, allungando la mano verso il telefono. In Italia dovevano essere all’incirca le sei del pomeriggio, un orario ragionevole. Aprii il contatto della Guardiana di Torino salvato sul portatile, dopo aver sollevato il coperchio, e digitai il numero lì trovato.


Dopo un’attesa infinita, sentii la segreteria telefonica. Assurda, ovvio. Come poteva Allegra essere una donna normale?


«Ma che peccato, non ti ho risposto!» esclamò la voce registrata della Guardiana, strafottente. «Sono una donna impegnata, abbi pazienza. Perciò, appena libera, mi degnerò di ascoltare il tuo messaggio, che lascerai dopo il… Beep» e il segnale acustico mi perforò l’orecchio.


«Sono Megara e non accetterò la sua proposta, a meno che tu non mi dia un ottimo motivo per farmi attraversare l’oceano» dissi, tamburellando le unghie sul bracciolo della poltrona girevole.


Dall’altro capo del telefono, sentii sollevarsi la cornetta. «Meg cara» mi salutò una voce acuta e beffarda. «Sapevo che avresti ceduto».


«Non l’ho fatto, Allegra» ribattei, piccata.


«Certo, certo» finse di concedermi. «Volevi un buon motivo? Qua in Europa non sei molto conosciuta, a parte da noi Guardiani. Saresti molto utile per l’addestramento degli idioti che hanno messo nelle squadre speciali da queste parti, la tua conoscenza del mondo demoniaco raggiunge i livelli miei e di Serena, solo che tu sei più disposta di noi a collaborare dietro compenso».


Attesi che continuasse e lanciai uno sguardo a Nakano, che sorrideva placido.


«Purtroppo, nessuno in Europa ha avuto modo di conoscere il tuo lavoro, le notizie dell’indagine a Belo Horizonte non sono arrivate fin qui e sei una simpatica sconosciuta. Questo caso della sirena ormai è diventato piuttosto famoso, se ne parla nei talk show, i politici bisticciano riguardo ai demoni e così via. Se tu arrivi e trovi l’assassino, avrai una pubblicità non indifferente. Questo significa soldi. E sai che gli euro valgono più dei dollari, quindi doppio guadagno».


Rimasi in silenzio. Avevo voglia di strozzarla al solo pensiero che mi aveva gettato quell’esca deliziosa solo per la sua pigrizia. Però era un’ottima occasione. E significava viaggi e soldi, ossia niente più giornate estive passate in ufficio mentre gli altri si dedicavano all’azione, magari anche una mia attività indipendente dall’A.K. Era una prospettiva di vita troppo bella e desiderabile perché potessi rifiutarla.


«Perché fai tutto questo? Tu o Serena potreste risolvere il caso senza troppi problemi».


Allegra sbuffò alla cornetta del telefono. «Megara, sii ragionevole. Devo ricordarti che mentre lì in America fate la bella vita, qua a Torino ci sono più demoni da pelare che in tutto il resto del mondo? Inoltre, si mettono pure gli estremisti umani a ostacolarci e sta diventando impossibile sistemare il governo demoniaco. Non possiamo permetterci, noi Guardiane di Torino, di lasciare la giungla della politica demoniaca per dedicarci a un idiota che non è riuscito a controllarsi e ha ucciso per futili motivi. Ho unito utile e dilettevole ed eccoti qui al telefono con me». Si schiarì la gola e continuò, «Ci vediamo dopodomani?».


Guardai Nakano, che annuì. Aveva già prenotato. E probabilmente Allegra ne era stata già informata.


«A dopodomani».


 


Agitai la mano davanti al mio viso, per farmi aria. Se mi lamentavo di Los Angeles, era solo perché non avevo conosciuto l’estate dell’Italia meridionale. Mortale. Come potevo aver accettato un lavoro simile? I soldi, sterco del demonio, rammentai detestandomi. Mi voltai a guardare Nakano e sentii caldo anche per lui, che non poteva provarlo: era più simile a un tuareg, avvolto in un mantello nero, con gli occhiali grandi e scuri che nascondevano gli occhi blu e i guanti che proteggevano le mani.


Mossi qualche passo nella sabbia sottile e bollente, che finì nelle infradito. Strinsi i denti e andai avanti. Mi avvicinai al gruppo di agenti che mi stava attendendo, su richiesta di Allegra, che non si era ancora fatta vedere. Aveva detto di aver avuto contrattempi, ma non ci credevo. Secondo me, il suo era solo un dispetto. Il che peggiorava il mio umore.


«Buongiorno, miss Yamakura» mi salutò in inglese quello che doveva essere il detective, dato che non era in uniforme, ma indossava una camicia a maniche corte, con cravatta, e pantaloni lunghi. Di sicuro stava morendo dal caldo. «Il mio nome è Giacomo Cavone» si presentò ancora nella mia lingua, porgendomi la mano. La strinsi e lo guardai in attesa di sentirlo parlare ancora.


Nakano comparve al mio fianco e il detective ripeté la presentazione, dopo aver osservato perplesso l’abbigliamento del vampiro.


«Parla italiano, ti capisco» gli ordinò. Non mi sorpresi più di tanto, sapevo che i demoni parlavano una lingua che poteva essere compresa da qualsiasi essere umano, persino un indios dell’Amazzonia, per il semplice fatto che ognuno sentiva il proprio idioma uscire dalla loro bocca. E così io avevo il mio interprete.


Cavone tirò un sospiro di sollievo. Non conosceva bene l’inglese, era palese. Ma non importava ormai.


«Sono io a occuparmi delle indagini e ho trovato tre sospetti, che sono in libertà vigilata e ‘sto pomeriggio vi porterò a fargli visita» disse il detective e Nakano tradusse tutto. Io avevo seguito divertita l’uomo, perché raddoppiava alcune consonanti e aveva un accento marcato. Mi ricordava la parlata di Allegra, dopotutto lei era nata da quelle parti.


Annuii e Cavone continuò.


«Di sicuro la signora Pellegrino vi ha informato…»


«No» lo interruppe Nakano.


Il detective sembrò colto alla sprovvista. Ma si riprese in fretta. Meno male, non lo avrei sopportato altrimenti.


«Sapete qualcosa riguardo al ritrovamento del cadavere?»


«Solo che era su questa spiaggia». Con un gesto del braccio indicai la distesa di sabbia che ci circondava.


«Mh, è già qualcosa». Cavone si massaggiò il mento. «La vittima è una sirena di nome Nyla, aveva deciso di vivere tra gli umani e trovarsi un lavoro». Il detective deglutì e tormentò il nodo della cravatta. «Aveva scelto di fare… l’accompagnatrice, la prostituta insomma». Persino una sirena poteva fare un lavoro simile. Dopotutto le sirene erano una specie particolare di mutaforma, che poteva trasformare la coda in gambe, con la stessa facilità con cui gli altri mutaforma passavano dalla forma animale a quella umana.


Scrutai l’uomo attentamente. Il suo tono di voce era duro, quasi di accusa, nel terminare l’ultima frase. Pregiudizi, mentalità chiusa. Che noia. Lo incitai a proseguire.


«E’ stata trovata qui la mattina di venerdì 29 giugno, tre settimane fa, di preciso. E’ stato molto difficile confermare la sua identità, è stato un suo “amico” che l’ha riconosciuta».


«E chi era quest’amico?» domandai, spostando il peso sull’altra gamba. Mi stavo scocciando a rimanere in piedi, volevo sedermi, ma quello stupido detective non aveva accennato a farmi mettere comoda. Oltre che noioso, per niente gentile. Me le stavo segnando tutte.


«Lo stesso che l’ha ritrovata e uno degli indiziati. Roberto Danese, un mannaro orso. Ve lo faccio incontrare ‘sto pomeriggio».


«Come mai avete avuto problemi nell’identificazione?» chiesi, per farlo andare avanti.


«Le mancavano la coda e le mani, che erano state strappate a morsi, e aveva il volto sfigurato, e anche i denti glieli avevano tolti» replicò Cavone, rivolgendomi i suoi occhi scuri.


«Quindi, per identificarla, vi siete basati solo sulle parole del mannaro?» intervenne Nakano, che si era limitato a ripetermi le parole del detective. Eccolo che iniziava. Avevo creduto che durante l’altra indagine avesse fatto tante domande perché io ero troppo presa dal ricordare alla tenente brasiliana che quel vampiro era di mia proprietà. Invece, non era stato solo quello il motivo. Questa volta non mi sarei fatta superare da lui, non c’era in giro nessuna donna con cui gareggiare, quindi mi sarei concentrata di più sul caso.


«Purtroppo sì, non avevamo altri indizi» rispose l’uomo.


«Per questo le indagini non procedono. Ci sono indizi dubbi, supposizioni campate su di essi e sospetti banali» s’intromise una voce alle nostre spalle.


Cavone assunse un’aria seccata quando vide chi si era avvicinato a noi, mentre io e Nakano ci voltavamo. Una ragazza, bassa e magrolina, vestita di un prendisole nero, era ferma alle nostre spalle con le mani sui fianchi, i ricci castano chiaro raccolti dietro la testa, gli occhi grigio-verdi brillavano divertiti. Alla sua sinistra, un demone alto, con indosso un giaccone blu scuro e pantaloni di pelle nera, i capelli lunghi e lisci color indaco che gli ricadevano sulla metà destra del viso pallido, a nascondere la benda sull’occhio mancante, mentre l’altro era color ghiaccio, freddo e penetrante. Li riconobbi all’istante e non seppi se essere felice o arrabbiarmi.


«Subito al lavoro, Megara» commentò Allegra, distendendo le braccia e sorridendo. Al suo fianco, Morgan Connor, l’Antenato dei demoni, ghignò. Era lui a farmi più paura. Non avevo idea di cosa gli frullasse in mente e aveva sempre quell’aria beffarda e gelida che mi spingeva a stare sempre in guardia.


«Così pare. Non sei un po’ in ritardo, Allegra?»


Lei inarcò le sopracciglia e sbuffò. «Quante storie. Sei proprio una mocciosa, hai bisogno della mammina affianco!».


Strinsi i denti. Non potevo ribattere che la mocciosa era lei, che dimostrava diciotto anni, mentre io ne avevo venticinque. Lei aveva il doppio della mia età, se non di più. Solo che aveva fatto un patto con Morgan Connor e ora si ritrovava ultrasessantenne in un corpo giovanissimo. Così ne approfittava per ribadirmi quanto lei fosse più grande di me, quanta più esperienza avesse, mentre io ero solo una povera umana destinata a morire di vecchiaia, se avessi avuto quella fortuna, considerando il genere di vita che facevo.


Allegra rivolse uno sguardo di sufficienza al detective Cavone. «Vedo che avete fatto la sua conoscenza. Lascialo stare, ti do io le informazioni necessarie». Anche lei, quando parlava, lo faceva nella lingua demoniaca e l’effetto era lo stesso di sentir parlare un demone. Quell’idioma non era possibile impararlo da umani, solo se trasformati in creature sovrannaturali, si poteva conoscerlo. Allegra era per metà un demone, da quanto sapessi, e condivideva la mente di Morgan Connor. Per lei era normalissima quella lingua.


Cavone strinse gli occhi, irritato. «Mo che è arrivata la Guardiana di Torino, allora vi saluto, signorina Yamakura e signor Nakano III. Ci vediamo ‘sto pomeriggio» si congedò con una vena d’astio.


Il detective si allontanò di cattivo umore, ma gli agenti che erano con lui rimasero. «Dobbiamo controllare che non inquiniate le prove» spiegarono, tacendo per il resto del tempo, come avevano fatto prima.


Mi rivolsi ad Allegra, che aveva la mascella contratta e fissava negli occhi Morgan, immobile vicino a lei. Mi era capitato di vederli altre volte così chiusi in se stessi e Nakano mi aveva spiegato che stavano parlando tra di loro, telepaticamente. E’ più o meno quello che faccio io con te, solo che tra noi è a senso unico: tu non puoi entrare nella mia testa, ma solo io nella tua, aveva detto, quasi godendo di tutto quel potere su di me.


«Lascia stare quell’idiota, Megara. Ce l’ha praticamente col mondo: odia i demoni e le donne. Mi chiedo se un giorno di questi si ammazzerà, vedendo che ormai è solo circondato da questi».


«Un brutto scherzo del destino per lui doversi occupare di questo caso» commentai, lanciando uno sguardo alla sagoma che si allontanava sullo scoglio da cui si accedeva alla spiaggia.


«No, una rottura di scatole e basta. Il suo lavoro lo deve fare per bene, non che si lascia trascinare dai suoi pregiudizi e dalla sua vita privata. E poi non sa parlare. Comunque,» ribatté Allegra, sospirando. «Vi porto a vedere dove è stato trovato il corpo e finisco di raccontarvi la rava e la fava».


Ci incamminammo e superammo gli agenti. Sentii un brivido percorrermi la schiena, mentre afa e vento svanivano, e rivolsi uno sguardo interrogativo a Nakano. Per quel che ne sapevo, quella era la sensazione che provavo oltrepassando delle barriere. Mi guardai attorno e notai che non c’era nessun nastro della polizia a circondare l’area. Strano, molto strano.


«Allegra, perché c’è una barriera e non un nastro attorno alla scena del delitto?» chiesi, affrettando il passo per raggiungerla. Mi ritrovai tra lei e Morgan Connor, sentendomi un po’ a disagio.


Lei ruotò il capo verso di me, sorpresa.


«Se fai così, mi dai altri motivi per amarmi» disse, prima di rivolgere uno sguardo davanti a sé. «La barriera, oltre a impedire che le condizioni meteorologiche rovinino le prove, mantiene al suo interno possibili incantesimi e strascichi di energia demoniaca».


Ci fermammo e Allegra m’indicò la sabbia colorata di sangue, su cui si trovavano i soliti cartellini numerati vicino i vari schizzi. Inarcai le sopracciglia, perché non c’era molto da vedere. Era evidente che, prima della disposizione della barriera, il vento aveva mosso la sabbia. Senza il cadavere lì disposto non potevo farmi nessuna idea. Ma c’era un cattivo odore che stagnava, appena una traccia di quello che doveva esser stato un puzzo tremendo. Sembrava un misto di fognatura e spazzatura. Era ributtante. Provai a concentrarmi su altro.


«Riguardo alle tracce di aura?» domandai ad Allegra.


Lei sorrise soddisfatta. «Ne sono state trovate tre risalenti al giorno dell’omicidio, quelle dei tre sospetti, che sono il fidanzato di Nyla, uno degli ultimi clienti e una femmina demone che è stata vista in compagnia della sirena quello stesso giorno».


«Perché non è stato ancora trovato il colpevole?»


Morgan Connor ghignò e non ne compresi il motivo. Nakano, a qualche passo da me, ruotò il capo verso l’Antenato. Anche lui sembrava confuso dalla reazione del demone.


«Che domande. Te l’avevo detto prima no? E’ tutto campato in aria: si sono basati su quanto detto dal mannaro per stabilire l’identità della vittima, hanno catturato tre persone seguendo strascichi d’aura e tutti pensano al fidanzato mannaro come colpevole, solo che non possono provarlo, se non attraverso testimoni molto convinti che è andato a recuperare il detective da non so dove. Questo posto è isolato, bisogna camminare un bel po’ per giungerci e non credo proprio che un venerdì sera di giugno ci fosse qualcuno qui ad assistere a un assassinio. La maggior parte della gente lavora».


«Il vero problema qual è?» insistetti.


Allegra roteò gli occhi e portò le mani sui fianchi. «Se con queste premesse si dovesse incolpare una creatura demoniaca solo per razzismo – è questa l’aria che tira nella squadra per i crimini sovrannaturali – questo creerebbe un piccolo incidente “diplomatico” che guasterebbe la situazione già pessima a Torino. Perciò, se tu trovi l’assassino e provi la sua colpevolezza, andrebbe già meglio. Dopotutto sei amante di un vampiro, non puoi esser sospettata di nulla».


«Ah, ecco cosa c’era dietro». Inspirai, ripetendomi di star calma. «Costava tanto dirmi la verità sin da subito?»


«Sì. Il mio motto è mai dare informazioni in più. Ora che sai in che situazione mi trovo, ti prego di metterti seria e fare il tuo lavoro».


Rivolsi uno sguardo a Nakano, di cui non riuscivo a vedere il volto sotto il mantello e gli occhiali da sole, e m’innervosii. L’unica persona cui facevo affidamento se ne stava dietro di me, nascosta sotto un mucchio di tessuto, ed era totalmente inutile.


Sai che ti posso sentire. Non fare la vittima, mi rimbeccò il vampiro.


«Altri particolari utili o devo tirarteli fuori a furia di domande?» chiesi ad Allegra.


Lei strinse gli occhi, truce, e sollevò appena il labbro superiore in un ringhio. Aveva un che di ferino quella Guardiana, forse perché passava più tempo con i demoni che tra gli umani.


«Porta rispetto» sibilò Allegra. «Riguardo alle indagini ti avrei detto tutto. E’ sulle mie motivazioni che voglio tacere».


Non replicai, volevo solo che proseguisse. Litigare non m’interessava in quel momento. Prima terminavo quel lavoro, meglio era. Dovevo mettermi d’impegno perché, come aveva detto Allegra, da quel caso dipendeva l’equilibrio tra umani e demoni. Poteva sembrare una cosa banale, ma non era frequente che così tanti esseri demoniaci fossero indiziati per la morte di un altro di loro. Eppure non mi quadrava qualcosa. Perché tanti problemi per una sirena uccisa, con ogni probabilità, da un mannaro? Era una cosa che potevano sbrigare tra di loro i demoni, senza aver neppure bisogno dell’intervento della polizia umana.


«Perché è stata coinvolta la squadra per i crimini sovrannaturali?» domandai.


«E’ stato il mannaro, Roberto, a chiamarla. Era convinto che l’assassino fosse un umano. Ma se tu vedessi il corpo, allora avresti anche tu dei dubbi».


«Il cadavere non lo posso vedere?»


Allegra scosse il capo. «Purtroppo, è possibile vedere solo le foto e te le mostrerà Cavone».


«Quindi, fammi capire, ti sei scomodata solo per farmi fare un giro in spiaggia?».


«E già. Anche se non ti sembra di avere abbastanza indizi ora?»


Guardai perplessa la Guardiana. «Che indizi? Tracce di aura, racconti del ritrovamento, aggiornamenti sulla situazione a Torino. Praticamente nulla!»


Allegra lanciò uno sguardo a Morgan Connor. Lui mi venne davanti e sollevò le mani, portandole alle mie tempie. La sua temperatura corporea era più bassa di quella umana, nonostante fosse molto vestito sotto il sole estivo.


«Presta attenzione a quel che ti sto per mostrare» mi disse, la voce bassa e roca. Mi umettai le labbra. Non lo avevo mai sentito parlare prima d’ora, ma era incredibile. Sembrava quasi mi stesse sussurrando nell’orecchio, come se il suono delle onde e del vento non potesse interferire con le sue parole.


Non mi sentivo del tutto sicura così vicina a un Antenato, per di più riconosciuto in tutto il mondo come il peggior male che potesse capitare a un demone. Certo, io non lo ero, ma non mi fidavo. Morgan non aveva aspettato che Allegra accettasse di fare un patto con lui: glielo aveva imposto e lei non aveva potuto ribattere. Quel fatto faceva parte della storia contemporanea, risaliva al 2012, ma chiunque lo conosceva. Come potevo fidarmi di lui con tali premesse?


Eppure abbassai le palpebre. Morgan vi posò i pollici sopra, per poi strofinarli su tutta la loro lunghezza permeandole di magia, e li ricongiunse alle altre dita. Smisi di sentire i rumori attorno a me e delle immagini confuse si formarono davanti ai miei occhi. Li aprii e non vidi il mare e la sabbia di Baia dei Turchi, ma ero immersa nella semioscurità e un corpo sventrato giaceva ai miei piedi, il volto sfigurato, i denti assenti. Cercai le mani e vidi che erano state divorate. Rabbrividii e l’immagine davanti ai miei occhi mutò.


«Basta! Ho capito!» gridai, al nono cadavere. Di solito, non ero così impressionabile. Ma era troppo anche per me. Per tutti era stato seguito lo stesso modus operandi utilizzato per Nyla, almeno da quanto mi era stato raccontato. Un serial killer?


«Era l’ultimo» mi disse Morgan, facendo un passo indietro.


Libera dall’incantesimo dell’Antenato, potei finalmente aprire gli occhi e mi guardai attorno, persino contenta di trovarmi lì.


Ho visto, mi annunciò Nakano. Non credevo la situazione fosse così grave.


Neanche io, concordai.


Mi rivolsi ad Allegra, che era scura in volto.


«Ecco l’indizio che nessun altro ti avrebbe dato, Megara» mormorò la Guardiana. «Per questi delitti hanno chiamato noi Guardiane, convinti che fosse colpa di un demone, ma si sono rifiutati di accostarli a quello della sirena. Qualcuno sta facendo in modo di deviare le indagini».


Strinsi i pugni. Perché i pezzi del puzzle non mi venivano dati tutti d’una volta? Di solito si trovavano tutti nella stessa scatola e si rovesciavano insieme sul tavolo. Invece per quel caso mi stavano passando i tasselli in disordine, quando andava a chi li possedeva. Perché?


 


Quando entrai nel salotto dell’albergo, fui colpita per prima cosa dal tanfo. C’era una puzza tremenda, già sentita, ed ero profondamente disgustata. Poi vidi i presenti: il detective Cavone, tre poliziotti e quelli che dovevano essere i sospetti. Salutai tutti con un cenno e raggiunsi il divano occupato da Nakano, che seguiva i miei movimenti con lo sguardo.


Puzza, pensai, sperando fosse in ascolto.


La stessa della spiaggia, mi fece notare.


Allora se n’era accorto anche lui? Sapevo che nessuno dei demoni aveva bisogno di respirare, quindi escludevo a priori che sentissero gli odori.


La prima cosa che faccio è perlustrare il territorio con l’olfatto, ricordatelo, intervenne Nakano.


Come i cani. Quel pensiero mi fece venire un’idea. Questo odoraccio è di sicuro dell’assassino. Facile smascherarlo così. Chiunque se ne renderebbe conto.


No, sbagliato. Primo, questa puzza la possono sentire solo le persone con un forte potere sovrannaturale. Secondo, l’odore impregna chiunque allo stesso modo, sarebbe impossibile capire da chi proviene, mi spiegò, afferrandomi oziosamente una ciocca di capelli per giocherellarci. Prova per crederci.


Lo guardai perplessa, ma volli verificare. Mi piegai verso di lui e affondai il viso nell’incavo della sua spalla, noncurante della gente presente in quella stanza. Tanto erano tutti presi da altro. Il tanfo mi fece ritrarre di scatto, con un moto di disgusto.


Hai ragione, ammisi. Dannazione, tutta questa puzza per nulla!


Nakano sorrise e infilò le dita tra i miei capelli, raggiungendo il collo. Lo accarezzò e rabbrividii, perché era freddo mentre io morivo dal caldo.


Su, dai, si rivelerà utile. Basta pensare cosa potrebbe provocarla e proseguire in quella direzione, cercò di rassicurarmi. Anche se sembrava mi stesse sfottendo.


La fai facile, tu, e con queste parole chiusi il discorso. Ero stata zitta troppo a lungo, di sicuro Cavone e compagnia se n’erano accorti.


«Allora, detective, cominciamo?»


Cavone sembrò piuttosto infastidito dalle mie maniere e lo vidi muovere le labbra, bofonchiando qualcosa. Era troppo lontano perché lo potessi sentire e mi dava un po’ fastidio.


«Cominciamo dagli indagati?» chiese il detective e Nakano me lo ripeté all’istante, come aveva fatto quella mattina.


«Non hai le foto del cadavere?» domandai. Era lì che volevo andare a parare, ma quell’uomo non sembrava averlo capito. Anche se mi sembrava ovvio vedere per prima cosa il corpo della vittima.


Cavone si tormentò il nodo della cravatta – non si era cambiato, come faceva con quel caldo? – e annuì. Si voltò verso il tavolo alle sue spalle e aprì una cartellina, da cui prese una busta di carta. Mi venne vicino e me la porse.


Presi l’involucro senza ringraziare, ho questa brutta abitudine, e il detective corrugò la fronte, irritato. Non poteva essere così suscettibile, avevo la mente occupata da altro e non potevo pensare pure ai convenevoli.


Iniziai a sfogliare le fotografie e notai che il cadavere di Nyla era proprio come mi era stato descritto e che l’assassino si era comportato con lei nella stessa maniera delle altre vittime mostratemi da Morgan Connor. Solo che alla sirena era stata divorata la coda e non ne vedevo il motivo. Era una specie di vendetta eliminare la caratteristica tipica della sua razza?


Osservai le foto scattate a morsi e unghiate e quasi non trovai strano che molti pensassero al mannaro come l’assassino. Ma ero abituata a dubitare dei luoghi comuni e questo lo era. Ovvio che la maggior parte degli omicidi era commessa da conoscenti intimi della vittima, però era troppo scontato che il fidanzato, per giunta mannaro orso, che aveva pure trovato il cadavere, fosse il colpevole. Lo avrei interrogato comunque, ovvio. Per precauzione.


«Mi è stato detto che sono stati trovati testimoni… avete le deposizioni?»


Cavone grugnì e mi portò dei fogli scritti al computer. Gli lanciai uno sguardo e vidi che un’ombra gli era calata sul volto. Sembrava di pessimo umore e neppure tanto in forma. Visto così da vicino e dal basso potevo notare quanto fosse pallido e tutte le rughe che gli si erano formate sulla fronte e agli angoli della bocca, nonostante non fosse così vecchio. Anch’io avevo segni del genere, abilmente nascosti da un briciolo di fondotinta, ed erano causati dallo stress.


Qualcuno dei presenti sbuffò sonoramente e cercai il maledetto con gli occhi. Non poteva essere uno dei poliziotti, perché erano abituati a quel genere di cose. Infatti, uno dei sospetti guardò l’orologio, la bocca storta che contribuiva a dargli un’espressione scocciata. Lo fissai, finché non mi rivolse il suo sguardo.


«Tu saresti, signore?» chiesi. Dato che gli indagati erano tutti di stirpe demoniaca, mi avrebbe capito anche senza il mio traduttore di fiducia.


«Ferrante Marco» replicò, inarcando le sopracciglia, annoiato.


«E’ il vampiro» precisò Cavone.


«Bene. Signor Ferrante,» dissi, «sarai interrogato per ultimo, dato che hai tanta fretta». Sorrisi, amabile. Peccato che lui non fosse dello stesso parere.


«Brutta stronza» ringhiò Ferrante, i pugni stretti, proteso in avanti e i denti in bella mostra, i canini appena più lunghi di quelli umani. Già arrabbiato, che tipo nervosetto.


Decisi di ignorarlo e mi dedicai alle deposizioni dei testimoni. Non le avessi lette e mi fossi fidata delle parole di Allegra, non avrei perso tempo. Tutti ripetevano la stessa pappardella: avevano visto un uomo che corrispondeva alla descrizione del mannaro – per conferma, lo osservai man mano che leggevo le fin troppo precise indicazioni – che iniziava a gridare contro Nyla, facendo una scenata di gelosia, e che si trasformava in orso per la rabbia. Quasi come Hulk. Solo che lui invece di distruggere palazzi, si era mangiato metà sirena. Alle trote, l’orsetto preferiva pesci più rinomati, come le sirene. Mica scemo.


Stufa di tutte quelle chiacchiere inutili e ripetitive, abbandonai i fogli sul divano, tra me e il bracciolo, e decisi di dedicarmi ai sospetti. Tanto valeva toglierseli davanti. E cominciare dal più ovvio. Senza pregiudizi, verificando che il mannaro era innocente, avrei potuto concentrarmi meglio sui due restanti. O andare alla ricerca di qualcun altro. Non era detto che fossero gli indagati corretti quelli, anche se lo erano da tre settimane.


Mi rivolsi a Cavone, che trovai occupato a tormentare la cravatta. Che se la togliesse, piuttosto! «Iniziamo con i sospetti, detective».


Lui annuì. «Da chi cominciamo?»


«Il fidanzato».


Cavone assentì ancora e fece un cenno agli altri poliziotti. «Portate fuori Ferrante e Priscilla».


«Non è necessario che rimanga nessuno qui, me la so cavare da sola» intervenni e tirai una pacca alla fondina assicurata ai fianchi.


«In qualsiasi caso, ci sono io» aggiunse Nakano.


Gli lanciai un’occhiataccia. Non ero una donnina debole. Potevo stendere uno stupido mannaro pure senza l’utilizzo della Beretta. Purtroppo quel vampiro era vecchio stile e le manie da macho protettore delle donne erano rimaste anche nella nuova vita.


Cavone non sembrava entusiasta della richiesta, ma l’accettò e così io e Nakano ci trovammo soli col mannaro, che feci accomodare su una poltrona vicino al nostro divano. Lo osservai attentamente, era magrolino considerando la bestia in cui si trasformava. Di solito i mannari ereditano molte caratteristiche del loro animale. Almeno così sapevo e avevo visto.


E’ un neofita, ovvio che lui e la bestia non siano ancora tutt’uno, mi spiegò Nakano.


Per il resto, l’orsacchiotto aveva una nuvola di capelli ricci e occhi castani. Vestiva una maglia blu e dei bermuda, con scarpe di ginnastica. Sembrava piuttosto nervoso e il volto era segnato da borse sotto gli occhi.


«Nome?» chiesi.


Il mannaro si umettò le labbra. «Danese Roberto» replicò, non del tutto a suo agio.


Non era all’asilo, perciò non m’interessava il benessere del bimbo. Avevo solo bisogno di risposte.


«Eri il fidanzato di Nyla, vero?» Non gli diedi il tempo di replicare, perché era inutile. «Come hai ritrovato il suo corpo?»


Danese chinò il capo, il labbro inferiore stretto tra i denti. «Ero andato a trovarla, come tutte le mattine, ma avvicinandomi ho sentito un cattivo odore, lo chiamano d’Inferno tra i demoni, anche se in realtà…»


Lo fermai prima che mi tenesse una lezione sul gergo demoniaco. «Conosco queste storie, sebbene non sapessi che fosse questo l’odore d’Inferno. Continua».


«Allora mi sono affrettato e avvicinandomi alla grotta, che lei aveva scelto per ricevere i clienti – secondo lei faceva più “sirena” di una normale stanza in un qualsiasi edificio, l’ho trovata come hai visto nelle foto». Detto questo, Danese si passò una mano sul volto, senza guardarmi.


«E hai chiamato la squadra per i crimini sovrannaturali. Perché?».


Il mannaro sollevò lo sguardo e batté le palpebre, sorpreso. So di essere un genio, ma certe dimostrazioni di stupore potevano sembrare fuori luogo. Giusto perché non somigliavo a un topo di biblioteca, non potevo essere per forza scema.


«Sono andato nella grotta, prima di chiamare i poliziotti, ho pensato subito che era stato un demone evocato e che Nyla era stata la vittima sacrificale perfetta. Da un po’ di anni c’è questa moda tra le streghe», e con questa parola intendeva gli umani con grande potere sovrannaturale, «di invocare demoni per futili motivi e gettare loro in pasto dei loro simili, come offerta, quasi fossero divinità».


Devo ammetterlo, quell’ipotesi m’intrigava. Anche se sembrava alquanto improbabile. C’erano stati troppi morti in seguito a Nyla. Ma i colpevoli li hanno trovati?, mi domandai, di colpo.


Mi sono informato prima del tuo arrivo: hanno lasciato tutto in mano alle Guardiane e se ne sono disinteressati, replicò Nakano.


Vero. Dopotutto l’aveva detto Allegra che questo caso è capitato in mano agli umani solo perché Danese ha sporto denuncia, concordai.


Proprio così.


Danese ci stava osservando, gli occhi nocciola che guizzavano dal mio volto a quello di Nakano e viceversa, come se seguisse i nostri pensieri. Ma non era così, grazie al cielo. «Potete ascoltarvi» commentò, esitante. «Purtroppo non è nelle capacità dei mannari. Però Nyla riusciva ad ascoltare i pensieri altrui e usava questa sua capacità per indovinare i gusti dei clienti. Ha dovuto proprio a questo il suo successo da queste parti. Voleva trasferirsi a Roma, per avere un maggior “mercato”, come diceva sempre».


Seguii quel ricordo del mannaro e registrai ogni particolare utile. Se la sirena poteva sentire i pensieri altrui, allora aveva notato di sicuro l’intenzione omicida del suo assassino, in caso di premeditazione.


«Nella grotta cos’hai trovato?»


«Segni di lotta e sangue per terra. In piccola quantità, però» replicò Danese, pronto.


«Niente di che, quindi».


Il mannaro annuì, poi lanciò uno sguardo alla porta e si sporse verso di noi.


«La squadra non ha controllato, nonostante io gliel’abbia fatto presente, ma sentivo odore di incantesimo» mi disse, con tono di cospirazione.


Certo, erano tutti convinti della sua colpevolezza. Almeno così mi aveva fatto intendere Allegra. Un po’ mi dava fastidio basarmi sulle parole della Guardiana. Lei non era del tutto obiettiva, benché cercasse di esserlo. Per lei gli umani erano ipocriti e schifosi, mentre i demoni commettevano bestialità senza fingersi ciò che non erano. Io, finché non conobbi Nakano, non amavo la sua stirpe, mentre gli androidi continuo a odiarli. Ma questo è dovuto al mio passato, non a una mia filosofia.


«Quindi, cos’è successo secondo te?» Avevo intuito che tipo era Danese: di sicuro in quelle settimane non si era girato i pollici, piangendo l’amata morta, ma si era impegnato alla ricerca di una soluzione. Ormai avevo capito che quel mannaro o era innocente oppure era un ottimo attore, il che gli avrebbe procurato la mia ammirazione, perché ce ne voleva. Anche se, per quanto ne sapevo, nei crimini passionali l’assassino non era mai in possesso della freddezza necessaria a farlo recitare. Se aveva ucciso per incontinenza, allora era impossibile. Doveva avere buoni motivi per aver ucciso Nyla, la sua fidanzata.


«Ho pensato a un incantesimo che richiede un tributo in sangue. Anche se non capisco perché scegliere proprio Nyla».


«Era una sirena, tale sangue si usa per afrodisiaci e filtri d’amore» intervenne Nakano.


Lo guardai perplessa. Da quando in qua si interessava di magia?


«Uccidere una persona per un motivo così idiota è quasi peggiore del movente passionale» commentai.


«Forse volevano un po’ del suo sangue, ma lei si è rifiutata ed è sfuggita la situazione di mano. Nyla era lontana dalla grotta, quindi ha provato a fuggire» continuò Danese, convinto della sua idea.


Scossi il capo.


«Io ho pensato che possa esser stata quella Priscilla, il demone, a chiederle il sangue» insistette il mannaro.


«Un demone non ha bisogno di intrugli. I demoni conoscono le arti magiche meglio di chiunque, non hanno bisogno di tali sciocchezze» obiettai.


«Allora è stato un umano» tentò Danese.


«Trovamelo, allora».


Solo così riuscii a farlo tacere. Lo salutai e lo accompagnai alla porta, per chiamare il secondo sospetto.


«Cavone, la donna» chiesi al detective.


Cavone guardò Danese uscire, la fronte corrugata e la bocca piegata in una smorfia di disprezzo. Certo che far occupare una persona che detesta i demoni di un caso in cui la vittima e i sospetti sono di stirpe demoniaca, è davvero controproducente. Quanto più andava, più trovavo i motivi per cui non si stava risolvendo nulla.


Ferrante mi si parò davanti, infuriato.


«Interroga prima me, fra tre quarti d’ora ho un appuntamento che non posso mancare!» mi ordinò il vampiro, con arroganza.


«Che me ne frega? Levati». Gli misi le mani sul petto e lo spinsi indietro.


Però Ferrante non si mosse. Sentii una presenza alle mie spalle e seppi subito che era Nakano. Mi dava fastidio, molto. Potevo sbrigarmela da sola, che diavolo!


Il potere del vampiro giapponese inondò la sala, lasciato libero giusto il necessario per spaventare quello che doveva essere l’ennesimo neofita. Perché ce n’erano così tanti? Non era finita la moda? Dopo il 2012, quando i demoni si erano rivelati a tutto il mondo, c’era stato un boom di neofiti, umani che, entusiasti da quelle nuove creature, volevano diventare come loro. Erano passati quarant’anni da allora, ma quella moda sopravviveva. Che cagata.


«Ho capito» balbettò Ferrante, indietreggiando.


Rivolsi la mia attenzione a Cavone. «Allora, detective, la signora?» insistetti.


«Voglio entrare pure io».


Acconsentii, purché si desse una mossa.


Entrammo nel salotto e indicai la poltrona alla donna, il demone per quanto ne sapevo, mentre Cavone rimase in piedi. Io e Nakano tornammo al nostro divano e cominciai il secondo giro di domande.


«Nome».


«Priscilla» replicò la donna, accavallando le gambe e incrociando le dita sul ginocchio. Notai le unghie lunghe e smaltate alla perfezione di magenta. Lo smalto era abbinato con la canottiera che indossava, mentre i fuseaux erano bianchi. I capelli rosa pallido erano ben pettinati e gli occhi rossi erano pesantemente truccati. Di solito erano i vampiri ad avere occhi di quel colore, i diurni per esser precisi. Strano che fossero di un demone.


Intanto ero ancora in attesa di un cognome.


«Cognome?» chiesi, allora.


«Sono un demone antico, non ne ho. Solo quegli stupidi neofiti lo mantengono» rispose Priscilla, placida. Non sembrava per nulla toccata da quel che stava accadendo. Meglio, forse.


«Anche i membri delle Famiglie dei nobili ce l’hanno» precisai.


«Ti sembro una nobile?»


Mi stava seccando.


«Sei indagata perché sei stata l’ultima persona a incontrare Nyla. Per quale motivo sei stata in sua compagnia?»


Priscilla lanciò uno sguardo a Cavone, che aveva le mani in tasca e un’espressione infastidita sul volto. Poi tornò a guardarmi.


«Devo proprio rispondere?»


Digrignai i denti. Era troppo. «Mi spieghi cosa cazzo hai detto alla polizia?» Mi stavo arrabbiando e divento scurrile in questi casi. Cioè, più scurrile del solito.


«Non c’ha parlato, perciò volevo sentire ‘sto interrogatorio» si intromise Cavone.


«Bene, questo significa che per me sei una colpevole. Dirò che volevi il sangue di Nyla per un filtro d’amore, lei si è rifiutata e l’hai uccisa per averlo. Tanto con gli artigli che ti ritrovi, sei perfetta per il ruolo dell’assassino bestiale».


Priscilla sgranò gli occhi e guardò di nuovo Cavone, che era piuttosto perplesso.


«Ma…» cominciò il detective.


«Fuori, tutti e due!» gridai, indicando la porta. I due fecero quanto ordinato, rivolgendomi solo sguardi infastiditi. «Ferrante, entra e datti una mossa!»


La mano di Nakano mi afferrò una spalla e me la strinse, spingendomi contro il suo petto. Ferrante fece il suo ingresso e vide il vampiro che mi abbracciava, mentre io – ne sono certa – avevo un’espressione indemoniata.


Calmati, accusare a caso qualcuno che ti ha dato fastidio, va contro la richiesta di Allegra, mi disse Nakano.


Vaffanculo Allegra e i suoi problemi! Non doveva mettermi in mezzo, me ne frega un cazzo dei problemi a Torino e del successo in Europa! Mi basta esser conosciuta negli States!, ribattei infuriata.


Sai che non è così, e sentii Nakano invadere la mia mente per placarmi. Lentamente, mi ripresi. Quella maledetta Priscilla era troppo per la mia sopportazione. O forse si erano sommati tutti i casini della giornata. Poco importava, ora mi ero sfogata. Nel peggiore dei casi, me la sarei presa con Ferrante, che ci attendeva ostentando un’aria annoiata, seduto sulla poltrona.


«Avete terminato il vostro siparietto intimo?»


«Ferrante» disse Nakano, minaccioso.


Se lui avesse continuato a intervenire per proteggermi, mi sarei incazzata di nuovo. Mi faceva fare la figura della donna incapace, che ha bisogno di un cavaliere per sopravvivere.


Ferrante si placò.


«Il nome lo so già, purtroppo» iniziai, massaggiandomi le tempie. «Spiegami perché sei legato a Nyla».


Il vampiro si mosse sulla poltrona. «Tanto per cominciare, sono un vampiro diurno e politico. Faccio parte del consiglio regionale e mi sono fatto creare da uno dei seguaci di Vicious, il consigliere là, di Torino, per restare nel campo più a lungo degli umani. Perciò, essendo in vista, ma senza una donna – fissa, beninteso, mi sono fatto spesso accompagnare da Nyla dove serviva. E proprio il giorno del suo omicidio sono andato da lei a fissare un appuntamento per la sera dopo. Quando ho saputo della sua morte, sono finito nella merda perché mi sono ritrovato invischiato in questa indagine che non mi aiuta a lavoro».


«Questo è tutto?» domandai, un po’ avvilita perché mi aspettavo di più. Che cazzo di sospetti erano quelli? Ops, volgarità, mi sgridai.


«Sì. Non so perché sono ancora nella lista dei sospetti. Secondo me, qualcuno ha pagato questi qui perché infangassero il mio nome e mi rovinassero la carriera».


Ignorai le successive chiacchiere di Ferrante, era troppo preso dalla politica per avere un buon motivo per uccidere Nyla. Per di più, lei gli era stata utile per fare bella figura. Non gli chiesi neppure quale fosse il suo parere e lo lasciai andare al suo appuntamento.


Prima di andarmene in camera con Nakano, per raccogliere le idee, andai a parlare a Cavone.


«Danese e Ferrante sono innocenti, ma Priscilla deve rimanere qui, sotto controllo» gli ordinai.


Il detective mi guardò diffidente. «Perché la donna?»


«Perché non ha detto nulla di utile e voglio sentirla di nuovo».


«Non possiamo incolpare lei?» mi suggerì Cavone, portando le mani al nodo della cravatta. Mi irritava quel suo tic. Non riusciva proprio a star fermo? Capisco lo stress e tutto, ma a un certo punto basta! Fui tentata di bloccarlo, però evitai. Meglio farmi i fatti miei.


«No. Non sono venuta qua per giocare» replicai, secca. «L’avreste potuta incolpare prima, se volevate chiudere il caso alla cazzo. Ora che ci sono io, si fa quel che dico e basta».


Cavone fece per ribattere.


«Se hai qualche problema nei miei confronti, dimettiti. Non ho bisogno di te» lo fermai.


«Non c’ho problemi…»


«Arrivederci, detective» lo salutai, per nulla intenzionata a rimanere lì con lui. Mi stava un po’ sulle palle. E poi avevo altro da fare.


Tipo chiamare Allegra. Avevo un paio di dubbi che solo la più grande esperta di demoni poteva risolvere.


 


Non fui costretta a usare il telefono, perché Allegra mi aveva battuta sul tempo e la trovai nella hall dell’albergo, da sola. Chissà che fine aveva fatto Morgan. Non m’interessava, al momento. Le andai incontro e la presi sottobraccio.


«Andiamo in giardino, devo chiederti un paio d’informazioni» le sussurrai, trascinandola con me. Dopo pranzo, mi ero studiata la mappa dell’hotel, quindi sapevo dove andare.


All’aria aperta, il caldo era tanto, sebbene stesse calando la sera. Dovevo sbrigarmi, non volevo sciogliermi.


«Allora?» mi sollecitò Allegra.


Le raccontai brevemente l’interrogatorio con Danese e lei scoppiò a ridere.


«Uccidere per un intruglio, ridicolo!» esclamò. Poi tornò seria e abbassò la voce, «Anche se l’idea del sacrificio di sangue non è male. Soprattutto considerando i morti successivi».


La guardai senza capire.


Allegra sospirò e mi mise l’indice sinistro davanti al viso. «Un demone evocato che richiede un tributo di sangue», prese ad agitare il dito a ogni parola, «il mago che perde il controllo ed ecco spiegati i morti successivi. Magari Nyla non è bastata a sottomettere il demone e questo va a farsi i suoi porci comodi un giorno sì, un giorno no. Però così non c’è alcun legame con Nyla e la sirena potrebbe essere stata solo una vittima casuale».


Riflettei sulle parole di Allegra, non più intontita dal movimento del suo indice. «In effetti, messa così ha senso» concordai. «Ma secondo me, Nyla non è un caso».


«Oppure un demone ha posseduto un umano e l’ha usato come marionetta per aumentare il suo potere. Ci sono demoni che diventano più potenti in questo modo».


«Però così Nyla sarebbe solo vittima del fato» obiettai.


L’attenzione di Allegra fu catturata da qualcos’altro. Vidi la sua testa scattare a destra, verso l’albergo. «Detesto chi origlia» bofonchiò a denti stretti e mosse qualche passo in quella direzione.


Sentii un gemito soffocato e il tonfo di un corpo che cadeva al suolo. Io e Allegra ci affrettammo a raggiungere il luogo da cui erano provenuti quei suoni e trovammo Cavone disteso per terra, le mani sul petto.


«Un infarto?» domandai, perplessa. Mi chinai affianco al detective e cercai di scostare i suoi arti.


Cavone socchiuse gli occhi, ansimando e grondando sudore.


«Allegra, fai chiamare un dottore» le suggerii, lottando contro il detective, che non ne voleva sapere di levare di torno le mani.


Allegra si allontanò senza una parola ed io ne approfittai per tirare uno schiaffo a Cavone.


«Metti giù queste cazzo di mani» sibilai e con uno strattone liberai il suo petto. Slegai il nodo della cravatta e sbottonai la camicia. Nel farlo, percepii la presenza di una fonte di calore sul torace di Cavone. Lo denudai e vidi uno stemma pieno di curve e simboli che non comprendevo, impresso nella sua carne, a fuoco. Però avevo intuito cosa fosse.


Senza farmi troppi problemi, abbandonai il detective nel giardino – tanto sarebbero arrivati i soccorsi – e corsi in camera, da Nakano, a confrontare le mie idee con le sue. Forse avevo una mezza idea di cosa stesse succedendo lì.


 





      Bookmark and Share




Inserisci il codice mostrato sotto:
Nota: Puoi inserire una recensione, un voto o entrambi.

Voci nel Vento è online dal 30/05/2009. Le Storie, le Serie, le Fan Art, le Fan Fiction e tutto ciò che troverete, appartengono ai rispettivi autori. Qualsiasi utilizzo va concordato con loro. Il materiale presente nel sito non può essere riprodotto in nessuna forma senza il consenso del proprietario.
Nessuna storia è stata pubblicata con fini di lucro, né intende infrangere alcuna legge su diritti di pubblicazione e copyright.
Il sito declina ogni responsabilità sui contenuti presenti.

Spread Firefox Affiliate Button   Use OpenOffice.org