Storia alla fine del mondo di ico

Note sulla Storia
forse esagero, ma finchè c'è voglia meglio se scrivo, no?
storiella scritta come sfogo.
se volete, mi direste se riconoscete qualcuno? grazie!
Storia alla fine del mondo


Mi fermo, sospiro e guardo davanti a me.
O in basso.

È un vortice, vento che ruota su se stesso. Nel terreno, tra la costa e il mare.
Un buco, rotondo, grande da vederne l’altra estremità poco prima dell’orizzonte.
Gira e gira, senza che una goccia d’acqua del mare che occupa ci cada dentro. Le onde si infrangono sulle rocce come se quella voragine fosse finta. Le girano attorno, e non ci cadono.
Immagino esistano delle cose simili, gorghi o qualcosa del genere, ricordo di averne sentito parlare tempo fa.
Nell’altra vita.
L’acqua dovrebbe andarci dentro. Qui no. È un buco ventoso, che occupa un pezzo di costa e un pezzo di mare.
L’ho già pensato?
Forse. Non mi importa.
Sarà vero quello che mi ha detto? Mi importa?

Faccio un passo avanti e cado.


«Se lo vuoi, vai verso il sole. Nella direzione in cui sorge. Capirai quando sarai arrivato. Lì c’è la fine del mondo, e Colui che muove le stelle.»


La costa, il mare, il bosco, il tramonto.
Non ho idea di quanto sia passato. Giorni, mesi. Anni? Cammino, cammino, ma lo scenario non cambia.
Non ho più fame, né sonno, né niente. Sono morto? Forse prima ancora, quando ho incontrato la strega. O la Dea. Forse era la morte.
Lo spero.
No. No no no. Non posso morire se prima non lo incontro. Se può farlo devo vederlo.
Dopo, non importa.


Odio questo posto.
Non c’è nulla che mi distragga, e mi ritrovo costretto a pensare. Troppo spesso. Non voglio pensarci.
Non voglio.
Dove è? Dove è?


Basta.
Idiota.
Fidati delle streghe. Fidati delle divinità. Sai bene che nessuno merita fiducia.
Perché ci casco ancora? Perché sono tanto idiota? Perché devo sempre dare retta a qualcuno? Perché?


«Forse perché in fondo non sei sicuro di quello che dai per scontato?»
Giro la testa di scatto, sento un rumore secco e un lieve dolore si propaga alla base del collo.
Lo ignoro. Sono vivo. Fortuna. Sfortuna.
C’è una roccia alla mia destra.
Prima non c’era.
E sopra, seduta con le gambe incrociate, una figura che mi fissa.

«Sei Colui che muove le stelle?» gli chiedo. Non è come immaginavo. L’avevo immaginato almeno?

«Sì, alcuni mi chiamano anche così.» risponde, stirando la schiena.
Poggia il gomito sul ginocchio e il mento nel palmo della mano.

Mi alzo in piedi lentamente, mi sento stanchissimo e il dolore si è impossessato di tutta la schiena.
Andiamo, un po’ di tempo, non chiedo altro.
Il tempo di chiederglielo, poi posso morire in pace.
Non voglio la pace.

«Sei arrivato estremamente lontano, sai? Ed è un caso fortunato che tu mi abbia trovato. O forse è stato destino.
Nessuno era venuto nel mio piccolo mondo da… sempre. Sei il primo. Ti rallegra l’impresa?»
«Me ne fotto dell’impresa. Sei davvero quello che credo?»
«Forse. Cosa credi?»

Mi mordo il labbro, sento il sapore ferroso del sangue. Anche gli Dei sono idioti. Sì, l’ho sempre saputo. Sempre.
No, non sempre.
Prima…

«Storie. Leggende, cose del genere. Parlavano di un’entità che fa da messaggero tra gli Dei, o tra quelli e i mortali. Che in realtà dirige i rapporti di tutto e tutti. Una sorta di guardiano del destino. Oppure non saprei. Senti, ho smesso di credere, non mi importa che di una singola cosa. Se la strega ha detto la verità, tu mi accontenterai.»


Colui che muove le stelle mi osserva con aria sorpresa. Poi sorride e mi indica.
«Bene. Prima però vorrei tu mi raccontassi una storia.»
«Scherzi?»
«Affatto. Una storia, una qualunque.»
«Non conosco storie. E se è vero che tu sei quello che sei, dovresti conoscerle tutte. Voglio…»
« Le conosco, ma non tutte. Almeno non completamente. E tutti sanno storie, nessuno escluso. Prima mi racconterai, poi vedrò cosa e se fare.»
«Non sono bravo a raccontare.»
«Sciocchezze. Tutti sono capaci. E tutte le storie hanno un aspetto interessante, non usare altre scuse.
Racconterai?»
«Ho scelta?»
«Puoi non raccontare.»

Sospiro. Mi guardo le mani. La pelle screpolata, le dita ridotte all’osso. Vedo l’osso.
«Va bene.»


“C’era una volta un villaggio. Un posto come decine, centinaia di altri.
Lì viveva una donna, una ragazza. Non era bella, neppure brutta. Portava i capelli lunghi e sciolti, neri come l’ala di un corvo. Gli occhi erano dello stesso colore.
Il suo mestiere era tagliare i capelli agli altri. Era brava, molto. Anche la figlia del nobile signore del posto era sua cliente, e le due erano amiche. Per quanto una nobile può essere amica di una plebea.

A mezza giornata di cammino spedito, c’era un altro villaggio, più piccolo. Lì viveva un gruppo di elfi. Tra loro ce n’era uno che amava viaggiare, adorava passare lunghe giornate da solo, lontano da tutti, a fissare il mondo.
Aveva un carattere difficile, ma non un cuore malvagio. Gli altri elfi lo sapevano, e cercavano inutilmente di renderlo più calmo, più… diciamo, apprezzatore della loro compagnia.

Elfi e uomini non avevano rapporti di sorta, ma sapevano che a poca distanza dal proprio villaggio, dalla propria vita, c’era un posto abitato da diversi.
Andava tutto tranquillamente; per secoli si erano ignorati.
Tutto cambiò al tempo della tagliatrice di capelli e del viaggiatore.

Una sera gli elfi trovarono una sorpresa sgradita. Un piccolo umano, un bambino, probabilmente passeggiando senza guardiani, era arrivato nel loro villaggio.
Gli elfi non sapevano come agire.
Ucciderlo non era una buona decisione, tenerlo con loro anche peggio.
Tra le mille decisioni che ponderarono, nessuno propose di riportarlo semplicemente dagli uomini.
Il viaggiatore lo fece notare.
Calò il silenzio, mentre alcuni scuotevano il capo mestamente e altri borbottavano.
Il viaggiatore si propose di occuparsene personalmente, senza rivelare niente agli umani. Portare il bambino, fare un lungo viaggio, per far credere che il bimbo fosse arrivato ben più lontano, e tutto sarebbe finito.

Partì la mattina seguente, dopo aver tenuto il piccolo nella propria dimora. Camminarono di buona lena, tennero l’uno la mano dell’altro.
Il bimbo di tanto in tanto lo fissava e sorrideva, l’elfo faceva altrettanto.

Nei suoi viaggi l’elfo aveva evitato sempre gli insediamenti umani. Non per pregiudizio, ma perché preferiva evitare novità eccessive.
E sapeva anche troppo bene delle assurdità di cui erano capaci. Quelle non erano storie, ma realtà.
Il villaggio umano era più grande del suo, più dispersivo.
La gente camminava da una parte all’altra casualmente, urlando e imprecando. Il viaggiatore pensò fossero stupidi.
Un’umana li notò. La tagliatrice.
Sorrise, andò a recuperare un’altra umana, bassa e tozza, che appena vide il bimbo scoppiò a piangere. Ella e il piccolo si corsero tra le braccia.
La donna degnò di uno sguardo atterrito l’elfo e scappò via col figlio, farfugliando qualcosa che al viaggiatore suonò come “non ti ha fatto male, vero”.
L’elfo si strinse nelle spalle.
Aveva fatto il suo dovere, il giudizio umano non lo riguardava.
In quel momento l’altra donna gli sfiorò il polso, per attirarne l’attenzione. Lo fissò con occhi curiosi, gli sorrise e lo ringraziò.
Si offrì di accompagnare per un pezzo l’elfo a casa, nonostante l’altro non lo desiderasse.

I due si allontanarono.
Il viaggiatore seguì il suo piano, prendendo una via diversa da quella che portava alla sua dimora.
La donna gli raccontò di sé, ringraziandolo ancora e ancora, spiegò che il piccolo era suo nipote, figlio di sua sorella. Era la zia del bimbo.
Zio non esiste come parentela elfica, e la cosa incuriosì il viaggiatore.
La donna rise della stranezza.
Disse che lui era una persona piacevole, gli chiese di poterlo rivedere.
L’elfo sentì qualcosa di strano, e decise che nel suo viaggiare, avere una seconda casa non era poi male. Soprattutto se poteva rivedere il sorriso della donna.
I due si videro parecchie volte.
L’elfo partiva, seguiva strade che solo il fato conosceva, e si trovava sul fiume non distante.
La donna aveva preso anche un lavoro da lavandaia, e si recava spesso al fiume.
Si parlavano della propria razza, di quello che li differenziava e di cosa li accumunava.
E scoprirono che le differenze non erano poi tante.
Il passo fu breve. Da amici, i due capirono di provare qualcosa di più. Qualcosa che non avrebbero dovuto provare.
Cercarono di far morire sul nascere il loro fuoco, restando l’uno lontana dall’altra, ma fu inutile.
La lontananza lo rese un incendio indomabile.
Si videro ancora e ancora, da amanti.
Un amore proibito, che doveva restare segreto.
Decisero di tacerlo.
Ma per gli umani è difficile nascondere qualcosa. Per loro i sentimenti sono troppo importanti.”


«Mi piace questa storia.» dice il Dio. «Gli inizi delle novità sono sempre affascinanti.»
«Questa storia è merda.» sbotto, cercando di non urlare. «Novità? Aspetta a dirlo.»
Mi fa gesto di continuare. «Perdona l’interruzione.»


“La donna era felice, canterina, sempre sorridente. Tutti si chiedevano cosa avesse.
La figlia del nobile era curiosa, insisteva per sapere cosa avesse, cosa le fosse accaduto.
La donna cedette e si rivelò all’amica.
A quella che credeva essere sua amica.
Le fece giurare di non rivelarlo, ma la piccola troia lo fece.

Era stato lontano tre giornate, aveva raggiunto un mercato per acquistare un gioiello per la donna, conscio che lei avrebbe apprezzato.
L’elfo arrivò col sorriso sulle labbra, ma fu accolto da sguardi freddi come lame nelle viscere.
Gli dissero che. Il giorno prima, gli umani erano stati al villaggio e li avevano minacciati.
Gli uomini hanno parlato di uno di loro che avrebbe stregato prima un bambino, fortunosamente ripresosi, e di una fanciulla che insisteva a dire che non c’era nulla di male negli elfi.
Li incolparono di volerli stregare tutti, dando loro tre giorni per consegnare il colpevole, che avrebbe avuto la sua punizione, secondo gli usi umani, o avrebbero attaccato tutti.
Gli elfi avevano acconsentito, e avevano promesso di consegnare il colpevole.
Il viaggiatore disse che non aveva colpa, ma i suoi simili lo obbligarono ad andarsene. Gli uomini erano troppo stupidi per sperare di ragionarci, e chi si immischiava con loro lo era infinitamente di più.
Quella era la sua colpa, essere stato tra gli umani. Amare un’umana.

Il cuore dell’elfo era pesante, mentre si dirige verso il suo destino. Viaggiare l’aveva portato lontano dai suoi simili, in molti sensi.
Il suo cuore divenne ancora più pesante all’arrivo.
La donna era legata ad una lunga asta, le braccia divaricate e saldamente fissate al legno. Era piena di lividi e sanguinava dai polsi martoriati.
Il viaggiatore non ebbe tempo di gridare.
Lo stavano aspettando, forse da un giorno intero. Lo bloccarono in tanti, in troppi, e lo colpirono più e più volte, con le mani, con bastoni, con tutto quello che avevano.
Poi l’umano più grosso lo sollevò, affinché potesse vedere la ragazza.
Quella lo guardò in lacrime.
Il nobile, un uomo vestito riccamente, si fece strada tra la folla.
Indicò l’elfo, poi la donna.
Accusò l’uno di essere un mago malvagio, di aver rubato l’anima e contaminato il corpo di una di loro.
Accusò l’altra di essere caduta nelle trame di un demonio. Di aver deturpato il proprio animo e che solo la morte l’avrebbe redenta.
La figlia del nobile teneva la testa bassa. Forse piangeva in silenzio.
L’uomo levò alta una torcia, gridò qualcosa, prima di gettarla alla base nel palo dove era prigioniera la donna.
Gli umani guardarono soddisfatti mentre le fiamme divoravano le carni della giovane che gridava.
L’elfo gridò con lei, finché una mano non lo fece tacere.

Era mattina, una mattina tersa e stupenda.
Della pira restava un pugno di cenere, dell’elfo l’ombra di quello che era.
Si incolpava di tutto, dall’essere nato all’essersi avvicinato agli umani.
Arrivò la figlia del nobile, spiegò che la colpa era sua, che non avrebbe dovuto fidarsi delle ancelle, che era stata una stupida e che voleva davvero bene alla tagliatrice di capelli. Gli raccontò della felicità della fanciulla e del segreto rivelato.
Il viaggiatore sentì rompersi qualcosa.
Le sue dita si strinsero attorno al collo della giovane, e non lo liberarono finché non sentì un rumore secco.
L’elfo fuggì.
Voleva morire, ma non per mano degli umani.”


Il Dio sospirò e guardò in alto. «Una storia triste. Che peccato sia finita così.»
Scuoto la testa. «Non è finita. Manca la parte più importante.»


“Viaggiò come faceva un tempo, nella sua vita precedente, prima di essere morto con lei tra le fiamme.
Non mangiava, non dormiva.
Il tempo fece il suo dovere.
Cadde senza forze, desideroso di una morte anonima e insignificante.
E si rese conto che non era quello che voleva. Prima aveva un dovere da compiere.
Fu appena capì questo che lei apparve. Era una donna, ma non umana.
Una strega, forse. O una Dea. Aveva capelli neri e lunghissimi, e occhi strani, simili a due piccole notti stellate.
Gli domandò se desiderasse davvero quello che stava pensando.
Lui le rispose di sì.
Lei indicò il sole.
E disse di seguirlo. Di arrivare alla fine del mondo. Da Colui che muove le stelle.
L’elfo viaggiatore decise di darle retta. Non si sentiva più stanco o affamato. E voleva che il suo desiderio si avverasse.”


«Finita. Adesso lo farai?»
«È la tua storia.» afferma guardandomi negli occhi.
«Sì, la mia. Io sono l’elfo viaggiatore, l’idiota che ha creduto negli altri. L’idiota che ha creduto che l’amore fosse davvero la forza magica che cambia il mondo. Cazzate. Lo farai?»
Il Dio si alza, scende dalla roccia. È piccolo, più basso di me.
Differente da come mi sarei immaginato una divinità, ai tempi in cui mi sarebbe importato. Forse gli avevo dato un aspetto.
«Cosa vuoi?»
Mi sfugge un risolino. Allargo le braccia. Non sento più il dolore.
«Voglio che il mondo finisca. Che gli umani, gli elfi, tutti i maledetti abitanti di questo mondo svaniscano, e lui con loro. Questo voglio.»
Incrocia le mani dietro la schiena, e di nuovo mi fissa.
«Davvero?»

Davvero lo voglio? Sì, lo vorrei.

No.

Troppo comodo.

Scuoto la testa. Dolore.
«No, non questo. Una fine rapida e indolore, no, no. Non che muoiano tutti insieme in un attimo.
Gli umani meritano tutte le sofferenze che si impongono da soli. Che siano idioti, inutili e bastardi per sempre. Che soffrano per la loro idiozia.
Chi muore di fame, lo merita.
Chi muore per troppo cibo, lo merita.
Chi muore in guerra, senza essere coinvolto, lo merita.
Chi muore perché la guerra l’ha voluta, lo merita.
Da soli, malati, di vecchia, meritano tutti di morire. E soprattutto di passare un’esistenza miserabile e dolorosa.
Che agognino a tutto senza raggiungere nulla, che desiderino ogni cosa senza soddisfazione.
Morti miserabili, anonime, dopo vite pietose.
Voglio che gli umani restino come sono adesso sempre.
E che gli elfi sopportino le stesse disgrazie. Ma loro sono meno idioti, freddi e menefreghisti.
Voglio che la razza degli elfi soffra. Che ne nasca di diversi, fisicamente, mentalmente. Voglio il caos e la bassezza anche per loro.
Ecco cosa voglio.»

Respiro a fatica, ma ho detto quello che voglio.
Mi accovaccio a terra.
«Lo farai?»
Il Dio mi si inginocchia davanti.
« uoi il male di tutti perché a te è andata male. Vuoi che altri soffrano in modo enormemente maggiore di come hai sofferto tu.»
Scoppio, basta trattenermi. Se lo vuole fare lo farà, più di questo non posso fare. Ho parlato, e non voglio più sperare.
«Cazzo! Loro vogliono soffrire! E devono farlo! Se vuoi esaudirmi fallo, non farmi la predica!»

«Bene.»
Il Dio si toglie un guanto, nero come il suo abito. La sua mano è delicata, bianchissima, quasi luminosa. Strani simboli e immagini la attraversano ipnoticamente.
«Farò questo. Che da questo momento in poi, lo spirito di alcuni elfi, scelti senza ragione, si modifichi, prima della nascita. Essi avranno gli occhi ferini, come era il tuo carattere. Saranno disprezzati, allontanati. Diverranno simili agli umani.
E gli elfi comuni diverranno sospettosi e soffriranno infinitamente.
E ci saranno altre storie come la vostra, un elfo e un’umana. E l’opposto.
Alcune andranno bene, altre male.
E forse da questo cambiamento arriverà quello che io cerco.»
Mi poggia la mano sulla testa.
«Tu morirai per poter attuare questo. Vuoi morire?»
Sorrido. «Voglio morire.»
«Allora è deciso.»
«Aspetta.» Solo adesso mi accorgo che Colui che muove le stelle è femmina, o almeno ne ha l’aspetto. È carina, forse. «La rivedrò all'altro mondo?»
«Vorresti?»
Chiudo gli occhi.
«No.»




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