Il Volontario di Caladan Brood

Note dell'Autore sul Capitolo
ok, sta roba l'ho scritta tutto contento pensando che ne uscisse una gran figata. adesso sono moderatemente sicuro che faccia come minimo fastidio :D.
comunque sia, un paio di appuntini per capire la cosa al meglio. questo è un pezzo che di fatto non avrà modo di entrare a far parte de "il fuoco dell'anima" (per motivi nemmeno vale la pena dire, non vi voglio annoiare :P). come collocazione temporale è alquanto oltre i tempi del prologo, quando fern e soci hanno fatto scoppiare la guerra da un bel pezzo.
comunque sia, buona lettura ^_^.
Il Volontario
 
Nonostante i dipinti alle pareti quantomeno contribuiscano a ravvivare l’ambiente, nonostante la scrivania tutto sommato ordinaria, le poltroncine in pelle come ce ne sono a migliaia, questa stanza continua a sembrarmi vagamente inquietante. Saranno i muri intonacati di bianco che continuano a ricordarmi che in fin dei conti sono pur sempre dentro un ospedale, o forse la vaghissima quanto presente sensazione che questo sia l’ennesimo test psicologico a cui questa gente vuole sottopormi.
In fin dei conti quanto ci può volere per andare a recuperare in reparto i risultati degli esami? Cinque, sei minuti? Facciamo dieci considerando anche la possibilità che la dottoressa si sia fermata lungo il tragitto per scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Certo non mezz’ora abbondante.
Con una breve occhiata sulla destra mi soffermo a leggere le cifre proiettate sul muro che indicano l’ora. Ormai saranno anche quaranta minuti che se n’è andata, difficile credere che sia solo andata a prendere i referti, ma in ogni caso non posso farci molto.
Lasciandomi scivolare lungo lo schienale della poltrona ritorno a fissare pur senza volerlo l’immagine olografica di un piccolo pinguino stilizzato che zampetta da una parte all’altra della scrivania, senza mai fermarsi. Tiene una matita sotto l’ala destra mentre ondeggia pericolosamente ad ogni passo, sempre sul punto di cadere. Ammesso che un ologramma possa cadere certo. Lo vedo sparire dietro un piccolo vaso di fiori, ma decisamente non vale la pena di spostarsi per seguirlo, anche perché pare che dopo secoli la dottoressa sia di ritorno.
Faccio appena in tempo a sollevarmi per riprendere una posizione eretta sulla poltrona mentre la porta alle mie spalle si apre del tutto. La sento richiudersi quando la donna ha già cominciato a parlare: «Scusi il ritardo, hanno avuto più problemi del previsto a trovare i suoi risultati»
Ormai tanto vale arrendersi, questa non mi darà mai del tu, e per quanto riguarda la scusa… che sia la verità o meno non mi sembra rilevante: «L’avete trovata?»
«Alla fine sì» la dottoressa si aggiusta meglio nella mano destra una serie di fogli elettronici tenuti insieme da una semplice clip. Li appoggia sulla scrivania per poi andare a prendere posto «Tenere questo genere di dati al di fuori della rete non ne rende più facile la reperibilità. Non ci sarebbero di questi problemi se fosse possibile reperire questi dati in rete»
Evito di rispondere, in fin dei conti cosa potrei dire? Continuo a fissarla senza aggiungere altro. Fa uno strano effetto guardarla, di certo è uno spettacolo singolare. Penso sia la prima volta che mi capita di trovarmi di fronte ad un’albina in carne e ossa. Nemmeno sono sicuro che lo sia, ma è incontestabile che la pelle sia fin troppo chiara e quei capelli bianchi non vanno d’accordo col resto del corpo per stimare l’età. È probabile abbia trent’anni, forse solo qualcuno in più, se ha quel colore vuol dire che è il suo naturale.
La dottoressa va a concentrarsi sui referti che è andata a recuperare. Con rapidità comincia a far scorrere l’indice della mano destra sul primo foglio, zoomando sulle finestre che le interessano. Passa al secondo e al terzo a distanza di qualche secondo, di sicuro dà l’idea di saper dove cercare.
«Sia i risultati preliminari che gli esami successivi sono molto incoraggianti, signor Harden»
Fatico a trattenere una smorfia. Vent’anni, ne dimostro neanche diciotto e mi chiamano signore, per i trenta l’appellativo di nonno è già pronto per me immagino: «Dunque è tutto a posto?»
«L’unico ad aver espresso una minima riserva, seppur molto blanda, pare sia uno degli psicologi, che dice…» si interrompe il tempo necessario per ingrandire la parte che le interessa e comincia a leggere «Di non sentirsela di escludere a priori un abuso indesiderato delle capacità acquisite in caso il processo giunga a una conclusione positiva»
Faccio per rispondere ma ancora prima di poter aprir bocca la dottoressa è ripartita: «Uno solo su dieci tra gli psicologi in verità, ma comunque sarei curiosa di sapere cosa gli ha detto»
«Quello che ho detto a tutti gli altri, la verità»
«E sarebbe?»
Gli occhi della donna sono fissi su di me. Per un attimo ho la vaga sensazione che se mentissi se ne accorgerebbe. Non che sarebbe un problema anche nel caso fosse la verità, ma comunque la cosa è vagamente inquietante:
«Non ho intenzione di aspettare con pazienza il giorno in cui verranno ad uccidermi»
«Piuttosto tragica come visione»
Almeno sette degli esimi cervelloni che mi hanno visitato hanno espresso questo dubbio, tanto vale esporre la stessa risposta: «Basta saper usare una calcolatrice per capirlo. L’unico modo per batterli è essere come loro, e più di loro»
La donna annuisce senza aggiungere altro. Si porta una mano alla bocca cominciando a far tamburellare i polpastrelli sulla guancia, e intanto continua a fissarmi, come fosse alla ricerca di qualcosa. Comunque vada non credo ne resterò molto deluso. Quello che ho detto è vero, ma bisogna pur sempre valutare il rovescio della medaglia, in ogni caso ho molte più probabilità di morire che di vivere.
«Approvato, signor Harden» è il verdetto «È inserito nel programma per la Prima Categoria»
Sbarro gli occhi. Come sarebbe a dire Prima Categoria? Quant’era la mortalità nelle processi di attivazione per la Prima Categoria?
Nemmeno voglio saperlo.

 


***


 
Lasciandosi andare contro la poltrona la donna posò la nuca allo schienale. Per un momento rimase fissa sul soffitto: «Allora? Ci piace?»
Nell’angolo della stanza vicino alla porta, anche se solo con la coda dell’occhio riuscì comunque a distinguere l’aria che si distorceva, un fioco bagliore che andò sempre più prendendo corpo fino a lasciare visibile un secondo individuo, apparso dal nulla.
«Molto»
«Stai andando da qualche parte?» voltandosi verso di lui la donna valutò con occhio critico l’abbigliamento elegante del compagno, i capelli biondi lunghi fino alle spalle anche più ordinati del solito. Sì, non poteva essere altrimenti.
«È stata comunque una mezz’ora ben spesa»
«Hai avuto la mia stessa impressione?»
«È adatto, senza dubbio»
«Sarebbe quasi da prendere in considerazione la possibilità di fare uno strappo alla regola»
«Le possibilità che muoia sono già abbastanza alte così come sono»
«I test fisici hanno dato buoni risultati»
«Ottimi risultati se non ho letto male» l’uomo avanzò verso la poltrona dove fino a poco prima era seduto Harden, vi si accomodò per poi attirare a sé i fogli elettronici. Li valutò per qualche attimo «E non ho letto male, ma non vuol dire molto»
«È un fattore incoraggiante quantomeno»
«Il tasso di sopravvivenza non è mai dipeso in modo apprezzabile dalle condizioni fisiche, e una probabilità su cinquecento è meglio di una su diecimila»
Nonostante tutto la donna annuì: «È uno spreco»
«Lo sarà comunque al 99,8%, non è il caso di darsi pensiero» l’uomo fece per alzarsi.
«Te ne vai?»
«Vado a ricevere la mia dose quotidiana di brutte notizie»
«Prima che arrivi quella brutta sul serio»la donna si limitò a seguirlo con lo sguardo, senza muoversi.
L’altro si fermò a un paio di passi dalla porta: «E non manca molto ormai»

 


***


 
Con indice e medio della mano destra afferro l’icona che appare in alto a sinistra dello schermo per poi tirarla verso di me il minimo necessario. Quando lascio la presa mi si apre davanti la pagina internet che volevo, esattamente come me la ricordavo, il che non è un bene.
La mia memoria non fa cilecca, il programma di Prima Categoria è stato soppresso, da talmente tanto tempo da fare impressione. Di fatto è stato abortito appena qualche anno dopo la sua apertura, a causa di un tasso di mortalità insostenibile. Il che la dice lunga, il 95% di tasso di mortalità per la seconda categoria è considerato del tutto accettabile invece a quanto pare.
È scritto dappertutto in ogni caso. In tutto internet non c’è un solo buco in cui non si dica che il programma di Prima Categoria è morto e sepolto. Considerazione che doveva farmi scattare un campanello d’allarme in effetti, lo ammetto. Una notizia che non ha una sola voce contraria non è poi così assurdo sia una voce falsa, e in ogni caso le parole della dottoressa erano difficili da fraintendere.
Lei ha detto Prima Categoria, e ancora non sono riuscito a trovare nemmeno un vago accenno a quale fosse questo tasso di mortalità insostenibile. Un sollievo sotto certi aspetti, non avrò modo di spaventarmi a leggere il numero, ma in ogni caso un male visto che non ci sono dubbi, se mai saltasse fuori quel numero sarebbe enormemente superiore al 95% della Seconda Categoria.
Non ho idea del perché ma è così. Già nella creazione di un mago di Quarta Categoria il tasso di mortalità è oltre il 60%. Andando verso la Terza si sale a 80, alla Seconda si passa il 90, il tasso di mortalità della Prima sicuramente si avvicina a 100.
E a questo punto forse non ne vale la pena. Forse è meglio lasciare tutto com’è adesso, ritirarmi. Quantomeno avrei la certezza di essere ancora vivo di qui a una settimana. Ma poi? Quante speranze avrò… quante speranze avremo il giorno in cui arriveranno?
Perché per quanto mi riguarda è una certezza, arriveranno. Non appena avranno distrutto le colonie esterne passeranno a quelle interne. Risaliranno il sistema solare radendo al suolo tutto quello che troveranno sul loro cammino. Una volta finito con Marte toccherà a noi. Se la situazione a quel punto non sarà drasticamente cambiata rispetto ad ora non avremo speranze.
Nemmeno si sa per certo dove siano ora, fin dove sia giunta la loro avanzata. A giudicare dalle notizie che mi ritrovo ad ascoltare di tanto in tanto si potrebbe quasi pensare che non stiano avanzando affatto, il che è impossibile. Se fossimo in grado di opporre una valida resistenza, se veramente non avanzassero, il governo affiggerebbe i manifesti. Questa carenza di informazioni è un male, di fatto è la misura della nostra sconfitta. Se qualcosa non cambierà la sconfitta sarà inevitabile, se qualcosa non cambierà non avremo speranze, se qualcosa non cambierà non sopravvivremo. Ed è una certezza: se tutti si tirassero indietro di fronte alla scelta che io mi trovo a compiere saremmo spacciati.
Quello che ho detto alla dottoressa è vero. Di fatto è solo la mia opinione ma sono oltremodo convinto sia la verità. C’è un solo modo per sconfiggerli. Essere come loro, e più di loro.
Abbozzo un cenno della mano rimanendo a fissare il computer che si spegne. Quantomeno morirò sapendo di aver fatto la mia parte.

 


***


 
«Ancora non possiamo essere sicuri di niente, signore»
Il discorso si apriva sempre allo stesso modo. Cambiavano le persone che lo pronunciavano, cambiavano i tempi, nei limiti del possibile cambiavano le circostanze, ma che lui ricordasse quasi tutte le comunicazioni che riportavano notizie quantomeno poco incoraggianti da luoghi lontani erano cominciate con un bel “non c’è nulla di certo ancora”.
«Però avete perso il contatto» ancora in silenzio El si limitò a lasciar parlare il generale che gli stava a fianco. Con la coda dell’occhio andò a sbirciare quali fossero le reazioni di Solis dall’altra parte del tavolo. Ascoltava ogni cosa senza dare segno della minima reazione.
«Le trasmissioni quantiche sono fuori uso da questa notte» il colonnello di marina andò ad allentarsi il colletto dell’abito. Ancora immobile con i gomiti adagiati sul tavolo da riunioni El ritornò su di lui. A guardarlo sembrava quasi che si ritenesse responsabile dell’accaduto, e con ogni probabilità era proprio così per qualche oscuro motivo. Ma in ogni caso non valeva la pena di indagare più in profondità.
«Siete comunque in contatto presumo» sempre lo stesso generale ripartì alla carica.
«Con quattro ore di ritardo rispetto a quanto sta succedendo in questo momento, ma sì»
«E cosa sta succedendo?»
«Ancora niente signore, la situazione è nella norma. I radar hanno rilevato un tracciante proveniente dallo spazio esterno che ha impattato sulla parte in ombra del pianeta, probabilmente un meteorite»
«O uno di loro» il generale continuò imperterrito.
«Nessuno…» il colonnello per quanto impossibile cominciava a sembrare anche più a disagio di qualche attimo prima «Nessuno dei maghi presenti sul posto ha percepito qualcosa di anomalo. Non penso sia possibile…»
«Saprebbe dirmi con che frequenza Plutone ha impatti meteoritici, colonnello?» continuando a fare silenzio El si limitò ad ascoltare Aion che come al suo solito non era riuscito a tenere la linguaccia tra i denti.
Il colonnello riprese a tormentarsi il colletto dell’uniforme anche con più insistenza di prima: «Non… molto alta, presumo»
«Dunque sarebbe una fortunata coincidenza che qui si siano perse le trasmissioni quantiche e a distanza di poche ore un meteorite abbia impattato»
«Non penso serva aggiungere altro» Solis prese la parola per la prima volta da che era cominciata la riunione. Ancora immobile al suo posto El lo vide rivolgersi verso di lui: «Sarebbe fattibile per uno di loro arrivare a terra senza farsi avvertire dai maghi di stanza sul pianeta?»
«Difficile forse» El espose le conclusioni che aveva maturato nell’arco degli ultimi minuti «Rischioso, mal nel complesso di certo non impossibile»
«Mantenete i contatti fin quando sarà possibile, date ordine di cominciare l’evacuazione delle basi» Solis tornò al colonnello.
«Sì comandante»scattò subito l’altro.
«Sono arrivati»

 


***


 
Due giorni, questo è il tempo che mi resta pare. La telefonata della dottoressa che mi comunicava che sarei partito con lei dopodomani già mi è sembrata più una comunicazione ordini che una proposta.
Avrei preferito disporre di un po’ più di tempo in verità, ma anche così va bene. Forse chi di dovere vuole evitare di lasciarmi troppo tempo per decidere di tirarmi indietro, o forse hanno tempi più stretti di quel che immaginavo, in ogni caso non fa molta differenza. Non ho molta gente da salutare, di certo un’impresa completabile in due giorni. Un piccolo gruppo di amici con cui ho in programma di vedermi domani e quella che con pesante abuso di termini si potrebbe definire la mia ragazza, o quantomeno quella che col tempo avrebbe potuto diventarlo. In ogni caso l’unica a cui finora avevo fatto sapere la mia intenzione di offrirmi volontario, dunque almeno con lei la comunicazione della notizia dovrebbe filare liscia. Per gli altri sarà forse un filo spiazzante anche se nel complesso non inaspettata. Più o meno tutti hanno sempre saputo come la penso sull’argomento nonostante non abbiano mai condiviso la mia opinione. Molto strano a dire il vero, a me sembra l’unica plausibile. Non esistono armi in grado di contrastare un simile nemico, o comunque non armi convenzionali. Ogni avvenimento di questa guerra ne è la prova. Ogni tattica che si è rivelata efficiente prevedeva il coinvolgimento di maghi. Ogni battaglia vinta, o quantomeno non persa, ha visto impegnati tra le nostre fila un numero più che rilevante di maghi. Tra tutto l’arsenale bellico a nostra diposizione l’unica cosa che si è rivelata efficace contro un mago di Prima Categoria del nemico è stato un altro mago di Prima Categoria. Come si può anche solo pensare che questa guerra possa essere vinta senza appoggiarsi a quello stesso potere che sta venendo per distruggerci?
Rallentando il passo abbasso lo sguardo a valutare come sono vestito. Senza volerlo mi trovo a fissare il baratro sotto i miei piedi, il terreno è tanto lontano da sembrare un’unica massa uniforme di luci lampeggianti. Una lieve sensazione di vertigine riesce a attanagliarmi per un istante. Il che comunque è un netto miglioramento rispetto alla prima volta che ho messo piedi in questi camminamenti sospesi. Lì mi sono paralizzato per dieci minuti, ora mi limito a considerare che se avessero evitato di fare il pavimento semitrasparente sarebbe stato meglio.
Ritorno ai vestiti arrivando subito alla conclusione che nel complesso l’idea che comunico è quella di un barbone molto ben curato. Un miglioramento rispetto ai miei standard abituali, va detto, ma per l’occasione magari potevo aspirare a qualcosa di meglio, anche perché come al solito il confronto con lei mi farà sfigurare nel modo più totale.
Svolto l’angolo arrivando finalmente in dirittura d’arrivo. Non senza una punta di sollievo abbandono il maledetto camminamento sospeso e torno a mettere piedi su una molto più solida pavimentazione in muratura. Ok, magari non più solida, ma di sicuro più confortante.
Alzando lo sguardo la vedo che mi aspetta appena fuori di casa, a pochi passi dalla porta. Come da programma rispetto a lei faccio obiettivamente schifo. Stasera sembra agghindata anche meglio del solito, il che aggrava la mia situazione.
Mi sorride in segno di saluto. In via del tutto automatica faccio lo stesso, e che io ricordi non ho dato ordine alle mie labbra di muoversi.
Di colpo mi rendo conto che dirlo a lei sarà ben più difficile che dirlo agli altri.

 


***



La nave si muoveva docile, tranquilla, di fatto basandosi sui soli sensi avrebbe di certo detto che fosse ferma. Attraverso la vetrata che gli stava di fronte non c’era nulla che sembrasse in movimento rispetto a lui, nulla che gli desse l’idea di un moto apparente. Tutto era immobile, e buio.
Il ponte di osservazione era immerso nella quasi completa oscurità esattamente come qualunque altra cosa. Spostando lo sguardo su se stesso ebbe grossissime difficoltà a distinguere l’uniforme nera che indossava. Le bordature scarlatte che andavano ad ornarla risultavano indistinte, in certa misura aveva difficoltà a vedersi anche solo le mani.
Un luogo privo di luce, un luogo buio. Come nella più scontata fiaba per bambini il nemico sarebbe arrivato dalle profondità della notte, da una regione dello spazio che di fatto non aveva mai visto altra condizione se non quella che stava ammirando.
Tornando con lo sguardo oltre la vetrata che lo separava dal nulla più completo riportò la sua attenzione su quello che con ragionevole sicurezza aveva identificato come il Sole. Da quella distanza sembrava esattamente quello che era, una stella come le altre. Più luminosa magari, ma di sicuro non più grande della miriade di compagne che l’attorniavano.
La meta ultima era ancora lontana, più di quanto la sua mente riuscisse a quantificare, eppure sotto molti aspetti più vicina che mai. Tanto vicina che gli pareva di poterla toccare, per quanto assurdo non gli sembrava più distante del pianeta che avrebbe visto al di là della pavimentazione metallica, sotto i suoi piedi. Erano in orbita geostazionaria sopra un bersaglio che troppo tardi si era accorto della loro presenza, che anche spedendo un messaggio d’aiuto in quel preciso istante avrebbe ricevuto risposta con un ritardo di ore. Erano in orbita sopra un nemico che non aveva speranze di salvezza. Tutto come da programma.
Un rumore alle sue spalle lo richiamò. Un lieve bussare sul vetro, le nocche di una mano che andavano a cozzare contro la protezione che lo divideva dallo spazio esterno.
Voltandosi non vide nulla. Solo una zona più buia delle altre, a malapena riuscì ad intravedere oltre il vetro una mano che si ritirava.
«Luci» gli bastò sussurrare la parola per innescare tutti i fari del ponte d’osservazione.
La donna era immobile oltre il vetro. Attorniata da un’oscurità che solo in parte gli permetteva di vederla con chiarezza. Fluttuava nel nulla, avvolta in un’uniforme del tutto identica alla sua, i capelli castani che andavano a perdersi oltre la schiena, la carnagione del volto che andava a formare uno strano contrasto con il nero circostante.
La guardò negli occhi ricevendo in risposta un unico cenno del capo che lo invitava a seguirla. La fissò mentre sfuggiva alla sua visuale dirigendosi verso il basso, un attimo dopo fece per liberare il suo dominio.
Una sensazione di calore andò espandendosi in tutto il suo corpo, mosse un passo verso la vetrata andando a scomparire prima di posare di nuovo il piede a terra. Riapparendo dove in precedenza era la donna nemmeno riuscì a percepire una netta differenza tra l’ambiente che aveva appena lasciato e il niente in cui si trovava immerso. In quelle condizioni di fatto gli sembravano la stessa cosa, eppure lo spazio esterno in qualche modo lo aveva sempre disturbato. Era un luogo… sbagliato.
Fissando lo sguardo sotto di lui vide esattamente quanto si aspettava, quanto era previsto. Un numero difficilmente quantificabile di individui, sospesi come lui nel nulla, attorniati da una cortina di luce viola che già cominciava a condensarsi in una sfera. Il primo colpo a una colonia senza speranza, quando ancora i primi convogli di evacuazione dovevano partire.
L’ennesima vittoria.

 


***


 
Volendo, potrei ancora tirarmi indietro? Di sicuro sì, immagino. Mi biasimeranno di aver fatto perdere loro tempo, potranno multarmi, anche mettermi in prigione per qualche giorno forse. Il modulo che ho consegnato quando ho inoltrato la domanda di volontario aveva anche una sezione che trattava proprio il caso di abbandono in fase avanzata. All’epoca nemmeno ho letto quella parte facendoci vera attenzione, la sola idea di ritirarmi nemmeno mi sfiorava. Forse perché ero convinto di non passare mai quella marea di test psicofisici, o forse perché ero convinto che fosse la scelta migliore. E di sicuro lo è. È la scelta migliore, la scelta migliore da un punto di vista collettivo. Noi, come specie, meritiamo di sopravvivere, e questo sarà possibile solo se molti, moltissimi, faranno esattamente quello che sto facendo io ora, incuranti delle conseguenze. Ma è la scelta migliore dal MIO punto di vista? Se tutto andrà per il peggio tra qualche tempo arriveranno a uccidere anche me, vero, però tra quanto? Un anno, cinque, dieci? Magari anche venti. Di fatto potrei vivere buona parte del tempo che mi spetta prima che arrivino, forse potrei addirittura arrivare a morire per cause naturali prima che avvenga il peggio. La strada che sto intraprendendo mi assicura la morte entro dopodomani con una probabilità di oltre il 90%, di sicuro ben oltre il 90% visto che la donna al mio fianco mi ha confermato l’inserimento nel programma di Prima Categoria.
Non mi converrebbe girare i tacchi e andarmene? In fin dei conti forse proprio un motivo del genere questo corridoio è così lungo. Per dare la possibilità alle persone di tirarsi indietro. Avrei fatto meglio a propormi per la quinta o la sesta categoria.
«Sul serio avresti preferito così?»
Le parole della donna, un passo avanti a me, hanno il potere di farmi sobbalzare. In parte perché non mi rivolge la parola da ormai cinque minuti, ma soprattutto per il significato della domanda in sé. Lei mi ha letto nel pensiero. Non c’è altra spiegazione, credere in una fortunata coincidenza sarebbe stupido, ha fatto una domanda attinente con quanto stavo meditando un attimo dopo aver formulato il pensiero.
«La cosa ti sorprende?»
Altra domanda attinente a quanto pensavo, se prima c’era un minimo dubbio, adesso no. Ma alla fine ha ragione lei. È impensabile che i maghi non supervisionino di persona la selezione dei nuovi candidati, specialmente quelli che vengono designati per le categorie più elevate: «Immagino di no»
«E dunque?» continua la donna «Avresti preferito così?»
Nei primi momenti non so cosa rispondere: «Farebbe differenza?»
«È una scelta tua. I tecnici ancora non sanno che categoria impostare, andrò a comunicargliela quando sarò tutto pronto» lei continua a camminare, l’enorme cartello che indica all’accesso alla sala di attivazione è sempre più vicino «Se vuoi cambiare Categoria o tirarti indietro il momento è questo»
E adesso mi si para davanti pure la possibilità di annullare tutto come se non fosse mai successo.
«Proprio come se non fosse mai successo» mi conferma la donna.
Dunque la via di fuga mi si para davanti senza il minimo ostacolo. Mi basta voltarmi e andarmene, a quel punto condividerò il destino delle persone normali, esattamente quello che sono in fin conti.
Eppure continuo a seguire la donna. Nemmeno sapendo il perché ma continuo a seguirla. Anzi no, il perché lo so. Ed è sempre lo stesso. Questo mondo deve continuare, questa guerra deve finire, con la vittoria di una delle due parti in causa visto che una tregua non pare nemmeno ipotizzabile. E quando questo conflitto finirà noi dovremmo essere ancora qui.
«Lei cosa farebbe al mio posto?»
«È una scelta che devi fare solo tu» forse per la prima volta da che sono in sua presenza sento una nota di dolcezza nella sua voce. La vedo fermarsi di fronte alla porta ancora chiusa della sala attivazione. Non mi fa cenno di entrare, si limita solo a guardarmi, in silenzio, senza fretta. Sul serio la scelta è solo mia. E alla fine è la scelta che so essere quella giusta.
Avanzo di un passo verso l’uscio della sala. La porta si dissolve nel nulla lasciandomi libero di entrare.
Non si torna indietro.

 


***


 
«Procedete» entrando nella sala di controllo Sandalphon consegnò i fogli elettronici a uno dei due tecnici.
In fianco al compagno che prese in mano la documentazione Liub andò a voltarsi verso il computer: «Che livello?»
«0,5»
«Zero cinque?» alle parole della donna l’altro ritornò a guardarla «Tanto vale sparargli un colpo in testa»
«Fatelo» Sandalphon pose fine alla discussione ancora prima che cominciasse, ritornò sui propri passi fino all’uscita. Il varco si richiuse nel nulla esattamente come si era aperto.
«Agli ordini signora» Liub tornò al computer cominciando a far scorrere in rapidità i polpastrelli sullo schermo olografico «Quant’è il tasso di mortalità per un 0,5?»
«Curiosamente se ne salva, appunto, uno su 500, 99,8% di mortalità» il compagno scollò la schiena dalla sedia solo in quel momento per avvicinarsi pure lui a un computer «Tanto vale far partire l’inizializzazione del database, ci metterà un po’»
«Puoi anche risparmiarti la fatica, tanto questo non arriva a dopodomani»
«Al 99,8%, ma se è in quello 0,2% la gelida signora di ghiaccio ci spella vivi»
«TI spella vivo, io giurerò di aver insistito perché tu avviassi la presa dati»
«Sì, considerando il dominio del capo hai ottime probabilità di passarla liscia»
«Ogni volta che la vedo mi ritrovo a pensare che abbia un bel fondoschiena e non mi ha ancora crocifisso al muro. Dunque o è un’incapace o ha un debole in per me, in tutti i casi sono a cavallo»
«Forse semplicemente lo prende come un complimento»
«Lo dici perché non hai idea di quanto sono volgare nei miei pensieri»
«Hai finito lì?»
«Questo rottame va a rallentatore» intento a fissare la porzione di tavolo giusto davanti a lui Liub rimase in attesa. Parte della scrivania cominciò a illuminarsi di rosso andando a comporre una tastiera. Ancora prima che fosse apparsa del tutto le sue dita iniziarono a volare tra i tasti. «E si parte» schiacciando un ultimo pulsante con l’indice rimase a fissare attraverso il vetro il lettino con sopra adagiato il ragazzo che veniva inghiottito in un tunnel grande abbastanza da farcelo passare. «Analisi primaria in corso»
«Come nomino il database?»
«Inventati un nome che inizia con la lettera che ci tocca usare stavolta»
«Suggerimenti?»
«Fa partire l’acquisizione, qui ci sono già i primi dati» Liub alzò un attimo lo sguardo dalla tastiera «A quanto pare abbiamo per le mani un futuro dominio dell’oscurità. Inizializzo il primo stadio»
«E non correre così cazzo» l’altro ritornò subito a digitare più in fretta che poté «Devo ancora chiudere il database»
«Ammettilo che sei più lento di me, è un dato di fatto» sorridendo beato Liub si staccò dalla scrivania per poi andare a stiracchiarsi sullo schienale della poltrona.
«Mi sono fermato sul nome o avevo finito da mezz’ora»
«Si si si, tutte scuse»
«Come lo chiamiamo?»
«L’ultimo con che lettera era?»
«Z mi pare» il collega andò a spulciare una lista di fianco al monitor «Confermo Z»
«Ok, dunque la A» Liub rimase a guardarsi intorno per un attimo, alla ricerca di ispirazione «Tanto un nome vale l’altro, se è fortunato passa a malapena la settimana. Chiamalo Alastor e facciamola finita»




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