Dike di Amelie

Note sulla Storia
La trovate anche qui:
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Note dell'Autore sul Capitolo
Prologo di una nuova storia. So che piazzato da solo sa di poco, ma fatemi sapere comunque le vostre impressioni, grazie ^^

Lo trovate anche qui: http://un23prova.altervista.org/racconti/amelie/Dike/prologo.html
DIKE


PROLOGO

* “Noi non abbiamo mai dinanzi a noi, neanche per un giorno,
lo spazio puro dove sbocciano i fiori a non finire…”


…e dunque…

… “Come colui che sull’ultimo colle che gli prospetta per una volta ancora
tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia,
così viviamo per dire sempre addio”*


(R. M. Rilke)




Non scorderò mai quel giorno.
Al funerale non piansi. Neanche una lacrima, né prima né dopo. Arrivai che la funzione era già quasi conclusa. Osservavo la gente: il prete, i parenti, gli amici. I loro abiti punteggiati di bianco. La neve cadeva lenta e silenziosa ed una brezza gelida sibilava tutt’attorno, riempiendo il cimitero. La valle non mi era mai parsa così vuota e desolata come allora, le tre punte del Pelgrin così incombenti e mute.
La mia mente vagava libera, attirata dal lieve sciabordio d’acqua. Mi sentivo leggero, distante. Un estraneo tra gli estranei. Non mi unii al sommesso brusio fatto di preghiere e singhiozzi. Non ci credevo più.
L’urna fu deposta nel tumulo murario, il marmo nuovamente serrato, in attesa di un nome ed una foto. Mentre le lacrime si mischiavano alle ultime invocazioni, mi voltai, allontanandomi di qualche passo dalla folla. Era successo tutto troppo in fretta perché potessi realmente rendermene conto. E restavo lì, chiedendomi che razza di persona fossi diventato. Niente, non riuscii a trovare niente che facesse breccia in quell’inspiegabile e freddo straniamento.
-Jude?- Ricordo lo sguardo triste di mia madre, il misurato stare in disparte del suo nuovo compagno. Ricordo di aver stretto mani, ricevuto condoglianze, abbracciato persone. Ricordo le increspature sul rubicondo viso dell’uomo che mi ero quasi disabituato a chiamare nonno.
Ciò che iniziava già a sbiadire era il suo volto, la sua voce.
-Torna a casa con noi-
Strisciai la suola degli stivali sul ghiaietto umido, il capo chino: -Ho deciso di prendermi un po’ di tempo per pensare-
-Un anno sabbatico- suggerì prontamente l’uomo al fianco di mia madre, sorridendo senza motivo.
-Qualcosa del genere- concessi. Sollevai lo sguardo, mi strinsi nel cappotto. –Qui a Dyke- aggiunsi. La voce non si spezzo affatto, come invece pensavo. Era la soluzione più naturale. Dovevo restare lì, in quel piccolo borgo montano dimenticato dal resto del mondo. Mia madre annuì. Mi baciò, sussurrandomi qualche raccomandazione. Con la coda dell’occhio vidi il nonno avviarsi verso il paese, il passo deciso grazie all’aiuto di un bastone. Mi apprestai a seguirlo.
Mentre costeggiavamo a piedi la diga e le prime case, tirai un definitivo sospiro di sollievo.
Ero sereno, la neve continuava a cadere.
Non scorderò mai quel giorno.
Era il funerale di mio padre, ed io non piansi, come non avevo pianto a quello di mia nonna e del mio migliore amico. Tre nel giro di pochi mesi. Mi sentivo svuotato d’ogni emozione. Disilluso. Non piansi, non prima. Me n’andai, concedendo il beneficio del dubbio al dopo.




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