Faccende in sospeso di Amelie

Note dell'Autore sul Capitolo
RACCONTO DI NATALE 2009

Di natalizio ha ben poco se non il periodo in cui è ambientato.
Alla fine trovate la causa di tutto ciò...

Buona lettura!

Lo trovate anche qui: http://un23prova.altervista.org/racconti/amelie/unfinished_business.html
*Faccende in sospeso*



Mi lascio la base operativa alle spalle, un senso di stanchezza radicato addosso. Sono settimane che non dormo, e che non appena socchiudo anche solo un occhio il sensore di richiamo vibra insistentemente, ridestandomi.
Le cacce ultimamente sono aumentate, tanto da costringermi qui anche il giorno di Natale. E che cosa ottengo in cambio? Mi volto, le tre torri del Memento incrostate da anni ed anni di polveri sottili. La sagoma incombente del quartiere generale getta una lunga ombra sul tratto di strada che sto percorrendo, quasi fosse l’unica via possibile, un percorso fatto di sacrifici e dolore, lo so bene.
Ma oggi è Natale e nessuno vorrebbe passarlo in centro, con la neve artificiale in bocca e i neon festivi d’altre unità famigliari a schernirlo. Neppure io, per quanto odi profondamente queste giornate e la loro ipocrisia. Odio l’atmosfera, i vecchi classici imposti dai grammofoni agli angoli delle strade, i flash rossi e bianchi delle vetrine, il suono registrato di campane inesistenti. E’ mezzanotte passata ormai. L’impermeabile ed il grigio manto della divisa ondeggiando, schiaffeggiando l’intensa cappa di nebbia. La brezza calda impregnata del puzzo inquinato delle fabbriche.
Il ricordo dell’ultimo esorcismo inizia già a sfumare nella mia mente, esattamente come l’esorcizzato. C’è poco da ricordare, proprio niente se non si vogliono notti insonni. Eppure una memoria, una sola, si ripresenta ogni anno, oggi, a quest’ora.
Oltrepasso una casa del sonno, poi un’altra ed un’altra ancora. Nel mezzo un fioraio mobile rischiara i marciapiedi silenziosi con i suoi neon baluginanti. Valuto per un istante la possibilità di fermarmi, per una volta, almeno quest’anno, ma so che non ne vale la pena, come non ne sarebbe valsa la pena neppure tre anni fa. Proseguo, l’amaro odore di crisantemi e rose ad intasarmi il setto nasale.
Il quartiere in cui abito non è distante, anzi e molto vicino al Memento, giusto per ricordarmi e ricordarci che sia ora che poi quello sarà il nostro punto d’arrivo, vivi o morti, esorcisti o spettri. Chiudo la porta alle mie spalle, un sinistro cigolio d’ammonimento da parte dei cardini arrugginiti. Chiudo fuori il Natale indesiderato, un vago senso di sollievo e paura addosso.
E’ peggio dello scorso anno e di quelli ancora prima, peggio. Ma non saprei dire perché. Penso a lei, al suo sguardo avvilito, arreso. Vorrei che questo giorno potesse essere cancellato dal calendario, solo per vederla sorridere, solo per dimenticare, solo per lei.
Entro nell’appartamento, la porta non produce alcun rumore nel richiudersi. Il tavolino dei pasti ostruisce il corridoio d’ingresso. Poso l’impermeabile ed il portafoglio sulla sua superficie rigata, prendendomi qualche istante per riflettere.
Il monolocale è immerso in una fioca penombra. Svolto l’angolo, fermandomi sotto l’arco d’ingresso, solo per trovarla alla finestra, all’unica ampia finestra. Le sottili tende, come ragnatele magistralmente intrecciate, sono scostate, il tessuto ruvido tra le sue dita. Un fioco singhiozzo spezza appena il silenzio. La chiamo a mezza voce: -Lott?-, ma lei non si volta, tremando violentemente. Mi blocco a metà strada tra il letto e l’armadio.
Gliel’avevo promesso, maledetto me! Gliel’avevo giurato, non l’avrei più lasciata sola in questo giorno, ed invece? Il Memento, ancora una volta, mi ha portato via da lei, dall’unica persona che conti qualcosa nella mia vita. Cerco di schiarirmi le idee, odiando le sue lacrime, odiando il suo silenzio. Non abbiamo il diritto di soffrire, non abbiamo il diritto d’essere felici. Il Memento è tutto, tutto quello cui possiamo ambire, tutto ciò che non avremmo mai dovuto abbracciare. Ed invece tre anni fa, come molti altri giovani incoscienti, ho giurato. Non mi sono posto domande, problemi, preoccupazioni. La visita alla Casa del Sonno altro non era che una formalità obbligata e io, una recluta, un altro incosciente, o forse l’unico, ho dimenticato. Mi accorgo solo ora che ciò che ho perso allora non tornerà né oggi, né domani, né mai. Ho giurato fedeltà al Memento ed ho ampiamente rispettato la parola data, anche quel giorno, anche quando ho conosciuto Lott.
La luna irrompe dalla finestra specchiandosi sull’orologio da muro, danza in volute di pulviscolo tra i suoi capelli e giù lungo il suo profilo. Mi siedo pesantemente sul letto, le molle cigolano. Sospiro.
-Lott, mi dispiace…Avevo delle faccende in sospeso-. Ancora nessuna risposta, i singhiozzi proseguono sempre più cadenzati. Indossa l’abito blu, quello delle grandi occasioni, quello che indossava tre Natali fa. E’ stropicciato, cascante da una parte. La stoffa lascia scoperta una porzione di pelle, una spallina nera che i capelli scuri non riescono a coprire.
-So di avertelo promesso, sono uno stronzo. So anche questo-. Le cacce, gli spiriti…Tutto questo non dovrebbe neppure esistere, o almeno, restare ai margini del nostro mondo. Ed invece la smania di conoscenza dell’uomo ha raggiunto ed ormai superato il suo culmine. Odio gli spiriti, queste presenze che infestano la città, ed il Memento che li rende ancora più reali agli occhi della gente. Ci tiene tutti in pugno, vincolati in un’inespressa politica del terrore. Io ne faccio parte, li sto aiutando, cercando di sconfiggere le paure della gente. Ma le cose non cambiano, e non cambieranno più.
-Che cosa vuoi che ti dica, Lott?-, chiedo, muovendo qualche passo ansioso per la stanza, -Di promettere ancora non me la sento, so che tu non mi crederesti più. Ma non voglio neppure perderti…- Odio ciò che sono diventato dopo quel giorno. Probabilmente la cosa più sensata sarebbe allontanarci l’uno dall’altra, lasciare perdere questa storia così complessa. Il Memento veglia costantemente sulla mia vita e sul mio tempo, strappandomi ai momenti più importanti, alle persone senza le quali non sarei niente. Sono mesi, ormai, che non vedo i miei genitori e l’unica che ancora mi sta a fianco è costretta qui con la mia assenza, i miei giuramenti non mantenuti ed un’altra casa del sonno giusto davanti a casa.
-Che vuoi che ti dica, Lott…Che cosa?-, imploro, sentendo la calma venire meno. L’ho conosciuta che era sola ed ora lo è più di prima. Mi odio per come si stanno mettendo le cose, ma il Memento ormai è diventato importante, tanto quanto lei, forse più. Sono in trappola. Un gridolino riempie la stanza, soffocato appena sulla pelle nivea e calda.
-Lott…- la prendo per le spalle, scostandole i capelli, baciando il suo collo morbido. Lei piange, piange disperatamente, una nota d’isteria nella voce: -Dove sei? Dove sei ora?-, riesce ad articolare tra un tremito e l’altro. Le rispondo, la sua pelle è calda sotto le mie dita, bollente.
-Sono qui, cara-. Il fuoco è spento oltre la lastra vetrata del caminetto, rabbrividisco. La lascio andare, cercando di schiarirmi la mente. Sono stanco, confuso, triste.
Si sposta verso lo specchio, la seguo con lo sguardo: -Dove sei?- Lontano, troppo lontano da lei. Scruto tra le ombre che la superficie vetrata rimanda. La sua immagine riflessa.
-Dove sei, ora?- Il mio volto tarda ad apparire, neanche un’ombra. Confuso sollevo i palmi delle mani, li tasto, senza capire. La mia pelle è fredda, le sue lacrime calde tra le dita callose.
-Lott?-, ma la sua domanda riprende, straziante ed estranea. C’è del sangue sulle sue mani e la sua voce è distante, il mio corpo gelido, il mio riflesso assente.
-…Ti amo, Lott!-
C’è del sangue sulle sue mani ed ora so che è mio. –Dove sei, ora?- Ed ora so che non è a me che sta parlando.
-Mi avevi promesso che saremmo invecchiati insieme e morti nello stesso istante-, era quella la loro promessa? Non lo so, non lo voglio sapere.
Tre anni fa, proprio come ora, era Natale ed io avevo appena esorcizzato lo spirito di un giovane, morto per il Memento, un mio compagno, un mio amico. Quella stessa notte conobbi Lott e mi caricai di tutti i suoi tormenti e sofferenze.
Quel Natale di tre anni fa, al mio primo esorcismo, scomparvero nella luce due delle tre anime coinvolte. Lott lascia cadere la lama, s’inginocchia, priva di forze. La guardo e mi sembra già così distante. E questo mi spaventa.
Il memento è ora venuto a riscuotere anche l’anima mancante. Il memento è ora il mio punto d’arrivo, come morto, come spettro. Guardo il sangue sulle sue mani.
-Mi hai portato via anche il suo ricordo!- ecco l’ultima pugnalata. Una luce riempie la stanza, come se la luna si fosse avvicinata alla Terra, come per inghiottirci entrambi. Ma è altro ed è solo per me. Sollevo lo sguardo, parandomi gli occhi con un braccio. Guardo Lott, indietreggio.
-Non toccarmi!-, grido. So che stanno aspettando me, che è arrivato il momento di un ultimo esorcismo, ma aspetteranno ancora. Questo Natale le starò a fianco, mantenendo per una volta la parola data.
-Non toccarmi…Ho delle faccende in sospeso-.



Unfinished Business

(White lies)



Just give me a second, darling
To clear my head
Just put down those scissors, baby
On this single bed
The sand in the hourglass is running low
I came trough thunder, the cold wind,
The rain and the snow
To find you awake by your windowsill
A sight for sore eyes and with a view to kill


I broke down in horror at you standing there
The glow from the moon shone
Through cracks in your hair
I shouted with passion “I love you so much”
But feeling my skin it was cold to the touch
You whispered “Where are you?”
I questioned your doubt
But soon realised
You’re talking to God now

……

You’ve got blood on your hands
And I know it’s mine
I just need more time
So get off your low and let’s dance like we used to
But there’s a light in the distance
Waiting for me
I will wait for you
So get off your low and let’s kiss as we used to

……

I looked in the mirror but something was wrong
I saw you behind but my reflection was gone
There was smoke in the fireplace
As white as the snow
A voice beckoned gently
“Now it’s time to go” a requiem played
as you begged for forgiveness
“Don’t touch me” I screamed
“I’ve got unfinished business”.




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